Partecipazione – New media,social media. Relazione di Carlo Borghi

Relazione su Partecipazione – democrazia digitale, new media, social media
Con: Giovanni Boccia Artieri

Il panel ha riguardato il rapporto tra i corpi e il digitale e in particolare tra social network e tecnologie web-based da un lato e dimensione politica dall’altro.

L’ambiente digitale infatti per alcuni cittadini ha a che fare con la dimensione politica in modo crescente: in questo ambiente la politica si ibrida con elementi esterni, come quelli provenienti dalle culture internet, dando vita a tutti gli elementi che ben conosciamo, dai meme alle battute delle pagine satiriche. Le tecnologie web based e i social network sites diventano infatti sempre più importanti sia per le persone comuni che per gli attivisti, e dunque per gli stili delle pratiche pubbliche. Per le persone comuni oggi si può parlare di “life-style politics”: attraverso questi strumenti si può infatti esplicitare (attraverso le proprie preferenze espresse su queste piattaforme) un proprio stare politico nel mondo (confermato ad esempio attraverso un like o una condivisione di una news). La politica entra così nelle dinamiche più di vita delle persone, e attraverso questi strumenti si comunica questa vita agli altri, mostrandoci ad essi e costruendo una propria visibilità pubblica. I social comunicano quindi elementi identitari, che si legano a sottotrame della politica. Ne nasce quindi la necessità di trovare un equilibro tra la dimensione espressiva da un lato e quella civica dall’altro. Ciò magari sfocia nella condivisione di un meme, che fa ridere ma racconta qualcosa di sé (qualora ad esempio lo si condivida sul proprio profilo). Sullo stesso piano sta la creazione di hashtag specifici.
I social poi disseminano i frame dei movimenti sociali, offrendo cornici espressive dentro cui i movimenti sociali possono affermare sé stessi, dando il frame del movimento: per esempio la pagina Tumblr di Occupy Wall Street dava voce all’espressività delle persone che taggavano online cose con l’hashtag di Occupy, mettendo assieme le migliori per creare un frame ed espandere un immaginario legato al movimento. In base allo stesso principio sono avvenuti gli “assalti zombie”: In quel momento la serie più vista era “The Walking Dead” e gli attivisti presero a vestirsi da zombie assaltando le banche, facendo collassare la distinzione tra dimensione dell’intrattenimento e quella civica, e facendo poi parlare di sé sui media generalisti. Tutto ciò è in realtà l’attualizzazione di un qualcosa già avvenuto col ’77 quando i movimenti decidono di abbracciare i media. Ma in quel caso c’è una differenza fondamentale data dalla decisione dei movimenti di avere propri media invece di rifiutarli (creando la propria radio libera – Radio Alice – e usando il fax dell’ufficio occupato del rettore), con contenuti che i media generalisti avrebbero poi ripreso. I social poi ovviamente mobilitano all’azione diretta, permettendo l’autorganizzazione per i movimenti senza organizzazione centrale: esempi di ciò in Italia sono stati il popolo viola e poi ovviamente i primi meetup pentastellati. M5S ha infatti ormai una propria infrastruttura nella rete che gli permette la distribuzione dei propri contenuti in modo molto efficace e in tempi molto brevi tramite gli attivisti e i simpatizzanti. La Casaleggio Associati è stata una delle prime aziende ad occuparsi del mondo internet in Italia e in particolare occupandosi dell’immagine di alcuni politici come Di Pietro (occupandosi ad esempio della costruzione della sua sede su Second Life). Attraverso questa esperienza la Casaleggio ha capito come creare rapporti immateriali tra i sostenitori di qualcuno, incamerando probabilmente anche i database di chi era entrato in contatto con il progetto di Di Pietro online. La storia della Casaleggio Associati nella cultura internet italiana è stata centrale e ha creato una propria dominanza su alcuni meccanismi della rete, costruendoli attorno a una propria modalità di fare rete. I social infine auto-mediano vari tipi di atti di resistenza.

Le tecnologie digitali offrono però uno spazio pubblico ma non necessariamente costruiscono una sfera pubblica. In realtà è dubitabile che esista solo UNA sfera pubblica: per esempio la sfera femminista nella società novecentesca produceva un discorso di minoranza ma comunque presente nella società. Queste forme di comunicazione possono dare però corpo all’idea di sfere pubbliche diverse che possono irritare la sfera pubblica dominante: vediamo ciò ad esempio nel lavoro fatto dalle attiviste femministe attorno all’hashtag #MeToo, cercando di farsi rappresentare nei media mainstream. Alcuni decidono che la sfera pubblica non sono i media dominanti e che quindi non c’è bisogno di interagire con essi: ad esempio il M5S dei primi tempi che si limitava a comunicare dalla propria piattaforma, che produceva dunque una propria sfera pubblica visibile, che poi veniva (e viene ancora) ripresa dai media mainstream. Quindi è vero che produrre un hashtag lì dentro conta poco dal punto di vista deliberativo ma è in grado di irritare l’informazione dominante.

La partecipazione assume oggi una forma mediata. In questo senso va innanzitutto detto che ci sono molti livelli partecipativi, dal mettere un like al comprare un prodotto equo e solidale alla Coop. Oggi i cittadini esprimono un forte bisogno di appartenenza e partecipazione (esempi sono anche in campo commerciale), che però non prevedono necessariamente muovere il corpo o muoversi da casa. L’ice bucket challenge ad esempio esprimeva un tipo di bilanciamento tra dimensione dell’intrattenimento e quella civica. I pubblici divengono inoltre sempre più visibili a loro stessi (esempio è la social television di Gazebo/Propaganda Live). Ciò fa comunità (dimostrato dalla fedeltà avuta da Bianchi tra RAI 3 a La7, avuta grazie al fatto di non avere un pubblico ma una comunità, che ha la sensazione di avere senso di appartenenza come nelle classiche culture internet).
L’attivismo digitale ha però natura granulare, che si disperde durante la giornata (ossia negli intermezzi delle tante attività che si fanno ogni giorno, entrandovi e uscendovi continuamente). Ciò ha a che fare con l’attitudine politica delle persone comuni, il cui principale pensiero non è politico ma ha connotazioni politiche più volte durante la giornata in modi diversi che non definiremmo del tutto “politici” (per esempio un like al post di un politico). La partecipazione non può quindi essere una richiesta totalizzante per l’individuo ma deve essere richiesta in modo da permettere di entrarvi e uscirvi continuamente.

Rousseau (che è centrale nel discorso dei 5 stelle, che nascono con il blog di Beppe Grillo come sede) mostra un grande paradosso. Rousseau infatti permette di confrontarsi su temi e votare persone. È una delle tante piattaforme che permette ciò e tra l’altro è anche molto scarsa dal punto di vista tecnico. Ma dall’altra parte i processi interni non sono trasparenti: non conosciamo i processi delle votazioni interne, e soprattutto non sappiamo come siano gestiti (ad esempio se qualcuno possa votare più volte). Dove i dati sono pubblici oltretutto mostrano una partecipazione solitamente bassa. I processi di elezione e di candidatura su Rousseu (con la presentazione attraverso un video) hanno oltretutto a che fare più con la cultura degli youtubers che con la formazione di leader politici, più col coinvolgimento espressivo delle persone che con la programmazione politica. C’è da chiedersi se ciò non sia solo un’anticipazione del futuro, dato che gli adolescenti di oggi sono cresciuti con una cultura della celebrità che è quella degli youtubers, in cui quindi le competenze centrali non sono quelle del fare ma quelle del comunicare e del dire.

Il contesto attuale è definito come quello della post-verità (termine coniato per la prima volta in contesto giornalistico). Ciò non implica dire che sia un’epoca di “fake news”, ma che le issue non contano tanto per il grado di verità che hanno, ma per il tipo di emozione che scatenano. Il problema della verità quindi non si pone perché tanto anche se si dimostra la falsità di un qualcosa, non cambia l’emozione che una persona ha percepito condividendola perché si sposa con i suoi valori (per esempio i vaccini e gli antivaccini stanno in questo modo sullo stesso piano, mentre fino a poco fa si sarebbe potuto imporre un principio di realtà superiore). A ciò è legato anche il rifiuto di tutte le limitazioni della propria capacità espressiva come il politically correct. Non esiste più quindi un principio di verità o di correttezza superiore che si può imporre. Si scontrano quindi l’epistemiologia dei sentimenti con quella razionale (per esempio, molti degli attivisti online che condividevano messaggi a favore di Trump erano anche intellettuali o comunque capivano benissimo che una certa cosa che condividevano era falsa, ma non gli importava perché esprimeva la direzione verso cui volevano andare). Tutte le operazioni di fact checking sono quindi inefficaci e non ottengono l’effetto di verità cercato. Le fake news hanno quindi deciso le elezioni? Non si sa.

Questi effetti sono amplificati dalle cosiddette “bot-net”, ossia insiemi di account twitter che funzionano in maniera automatizzata retwittando automaticamente un contenuto, dando l’impressione che ci siano molte più persone che la pensano in un certo modo e dando quindi visibilità a un contenuto o a un tema. Non sappiamo come gli algoritmi indirizzino le persone; essi si vendono come neutri (e sono sconosciuti), ma sicuramente un like in più aumenta la probabilità di una maggiore visibilità del contenuto che ha ricevuto il like per gli “amici” di colui che ha messo il like. Salvini ad esempio ha una bot-net (creata 4-5 anni fa attraverso un’app che ha chiesto di installare in maniera volontaria ai propri attivisti e che retwitta automaticamente i suoi contenuti, che sono tra l’altro quelli che nell’ultima campagna hanno avuto più “engagement” online).

Il discorso si è infine concluso con un richiamo al caso Cambridge Analytica, che è sostanzialmente una fake news dei giornali, nella misura in cui i fatti raccontati sono chiaramente veri (un’app ha raccolto i dati delle persone), ma non sono certo una novità. Inoltre non ci sono prove per affermare o negare che il microtargeting abbia cambiato l’orientamento elettorale: infatti benché Trump lo abbia usato soprattutto per campagna negativa contro la Clinton negli stati in bilico, e in questi stati abbia poi vinto, non sappiamo comunque se il microtargeting abbia influito o meno sul risultato.

Carlo Borghi – Pettirossi Emilia Romagna

 

Guarda lo Streaming: https://www.facebook.com/iPettirossi/videos/1153992091409811/

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