Relazione ATTREZZARSI PER LA DEMOCRAZIA – 28/29 aprile 2018, Bologna

ATTREZZARSI PER LA DEMOCRAZIA – 28/29 APRILE 2018, BOLOGNA

Grazie a tutti. Non è scontato che decine di ragazzi e ragazze scelgano di trovarsi un weekend per stare insieme e discutere di grandi questioni legate al tempo che vivono e soprattutto al futuro. Non è scontato che decidano di approfondire il tema democratico attraverso 9 ore di incontri con esperti, studiosi, personalità politiche e dell’associazionismo e ancora meno che lo facciano a spese loro con enormi sacrifici. Abbiamo scelto di dare un carattere quasi di workshop a questo nostro incontro perché ritenevamo prioritario puntare sulla qualità e sull’acquisizione effettiva di quegli strumenti di democrazia citati nel titolo, rispetto alla dimensione quantitativa e maggiormente divulgativa. Lo abbiamo fatto perché ritenevamo, dopo due anni di attività e di incontri condotti all’insegna dell’approfondimento delle politiche (policies), delle questioni di merito e del COME, fosse giunta l’ora di fare un punto sulle modalità di costruzione dei soggetti politici, del consenso, dell’egemonia culturale nel ventunesimo secolo.

La mission dei Pettirossi rimane quella di costruire momenti di formazione politica e di approfondimento, nella speranza che questa comunità di destino possa contribuire a far avanzare la discussione pubblica intorno ad alcuni temi e che ragazzi e ragazze che si affacciano alla sfera della politica attiva possano imparare modalità e strategie per organizzarsi, farsi ascoltare in modo efficace, incidere sui processi economici, politici e sociali. Essendo un’associazione culturale non intendiamo entrare nel dibattito politico-elettorale più propriamente detto ma rivendichiamo l’impegno partitico di tanti membri che cercano fattivamente di cambiare le cose spendendosi nei luoghi decisionali a loro disposizione e riteniamo che sia fondamentale far sopravvivere o, talora, creare ex novo un punto di vista distinto e originale sul mondo e sulle cose. Insomma, continuiamo, nonostante gli scarsi mezzi, a formare coscienze critiche e siamo convinti che di questi tempi non sia poco.

Il 4 Marzo ci ha consegnato uno scenario di sostanziale scomparsa (o quasi) della sinistra politica in Italia. Per noi il risultato elettorale non ha rappresentato nulla di nuovo, avevamo largamente previsto il cupio dissolvi di una parte politica senza più anima né cuore né cervello, seppur vale anche per noi il monito cardine della politica democratica: avere ragione non basta. La sinistra politica ha fallito in tutte le sue forme, da quelle più compatibiliste e centriste del Partito Democratico (ammesso si voglia includere questo soggetto nel novero) a quelle protestatarie e radicali di Potere al popolo, passando per la stanca socialdemocrazia espressa da Liberi e Uguali. Tutti soggetti, questi, votati nei centri urbani, da persone con alto tasso di scolarizzazione e legate ad un impianto valoriale che si riconoscerebbe nella parola “sinistra” a prescindere dalle forme elettorali con le quali essa si presenta. È stata correttamente definita “la politica basata sulle rendite di posizione”.

Noi non ci arrendiamo. Per età, per condizioni materiali e per cultura politica, non intendiamo rassegnarci né a vivere delle nostalgie berlingueriane e dei partiti chiesa che pervadono parte della sinistra, né alla polverizzazione dei corpi sociali organizzati e meno che meno alla fine del miglior sogno del ‘900: l’idea che i lavoratori, i ceti popolari e tutti coloro che vivono in stato di difficoltà e sfruttamento, organizzandosi e rivendicando un mondo migliore, possano effettivamente ottenerlo. Per questo abbiamo fatto “Attrezzarsi per la democrazia”: perché la sinistra in tutte le sue forme ha paura del popolo, del consenso, della domanda di cambiamento. Ne ha paura la sinistra socialdemocratica (che in Italia è sempre stata molto poco “social”) che per decenni ha cercato di fare riforme elettorali e costituzionali maggioritarie, peggiorando una situazione di post-democrazia che già si presenta come problematica per le dinamiche connesse alla globalizzazione e allo spostamento dei luoghi decisionali dalle sedi politiche elettive alle sedi economiche. Ne ha sprezzo la sinistra radicale che si sente forte dei propri valori e delle proprie identità ma non si pone il tema dell’effettiva influenza delle scelte collettive, del governo dei processi, della necessaria uscita dalla marginalità. Prova del fallimento dell’intero paradigma del centro-sinistra-sinistra in Italia è stata proprio la scissione del PD, qui richiamata per motivi di interesse intellettuale e non per le sue ricadute politiche: nel momento nel quale larga parte dei fondatori del Partito democratico, eredi dell’Ulivo e delle esperienze di centrosinistra, escono da quel perimetro comprendendone il fallimento e l’insufficienza, e tentando di risollevare le sorti della sinistra, ripetono stancamente i loro contenuti di sempre, perpetuano logiche politiciste e risultano del tutto afoni nella dinamica politica contemporanea.

Appellarsi ai buoni sentimenti, all’antifascismo, alla sinistra come parte auto-evidente e non da oggettivare in politiche concrete, condanna all’irrilevanza. La coazione a ripetere è già in atto: senza un indirizzo politico chiaro e proposte autorevoli e significative, qualunque contenitore è destinato ad auto-esaurirsi portando con sé i suoi interpreti. In questo senso, il grande limite della mia analisi dell’anno scorso è stato quello di pensare che, di fronte alla paura di scomparire e di non rielezione di tanta parte del ceto politico e dirigente, esso si sarebbe autoriformato almeno in parte e avrebbe aperto spazi di confronto nei quali le nostre idee avrebbero avuto cittadinanza. Non è stato così e anzi si va sempre peggiorando: dopo il 4 Marzo la sinistra somiglia alla Libia dopo Gheddafi, un luogo con i medesimi problemi che, invece di un solo dittatore, ora ha una molteplicità di tribù in lotta fra loro. Gli elettori hanno dimostrato che quando la sinistra politica è incapace, si rivolgono semplicemente altrove, portando in altre sedi le questioni sociali. Nel farlo, hanno perfettamente ragione.

La scomparsa del ceto medio (o la sua lenta ma effettiva erosione) ci consegna la fine automatica della liberaldemocrazia che su esso si fondava. La crisi della rappresentanza ci interroga sulle modalità di ancoraggio della politica delle parti agli interessi sociali organizzati, le diseguaglianze crescenti rimettono in questione il paradigma della completa e sregolata libertà di movimento di merci e capitali senza che lo Stato possa esercitare funzioni ulteriori (programmazione, regolamentazione, investimento, innovazione, tutela) rispetto a quella burocratica e talora militare. I cambiamenti del sistema produttivo, passato da una dimensione collettiva e materiale ad una immateriale e individuale, con un centro di dipendenti stabili e una galassia intorno di lavoro autonomo, temporaneo, a somministrazione ecc. comportano un necessario cambiamento anche delle pratiche politiche. Sono tutte dinamiche su cui in passato ci siamo soffermati a lungo. È arrivato il tempo di capire come fare politica oggi a queste condizioni. Nonostante l’atomismo, lo sviluppo tecnologico, le difficoltà materiali, bisogna che esista un punto di vista e una strategia di emancipazione.

Per questo abbiamo discusso con il Professor Sorice dei Partiti Piattaforma, con Pierpaolo Fanesi di bilanci partecipativi e di come le periferie talvolta possono contare di più dei centri, con Roberto Mapelli, Federico Martelloni, Marco Almagisti di come i movimenti influenzano la politica e dell’eredità del movimento dei movimenti, con Walter Massa di come organizzazioni come l’Arci producano sacche di resistenza e umanità, con il Professor Boccia Artieri di come i new media e social media influenzino il dibattito politico e spesso anche il voto, con il professor Paolo Graziano e Volker Telljhoan di quali spazi di decisione abbia la politica all’interno della governance multilivello e dei rapporti fra fronte datoriale e dei lavoratori in ambito internazionale. Infine, Fausto Anderlini ci ha ricordato che partecipare, se non si sa e non si incide su chi fa le parti, è una parola meramente cosmetica.

Senza dare valutazioni di merito sulla bontà o l’indesiderabilità di questo stato di cose, ma per non rassegnarcisi e adeguarsi al presente come precondizione per incidere sul futuro, ci siamo interrogati. Lo abbiamo fatto intorno alla costruzione di reti dal basso, alle esperienze di mutualismo, di partecipazione civica e locale, alla diffusione di reti di consumo critico e ci siamo interrogati su un punto cardinale: sono questi presidi di resistenza al capitalismo o pratiche che possono metterlo effettivamente in questione in quanto sistema? È qui che risiede tanta parte del punto. Se vogliamo definitivamente uscire dal paradigma oggi inservibile della socialdemocrazia e dal protagonismo oggi nefasto dei socialdemocratici, dobbiamo interrogarci su come immaginare forme più pervasive di democrazia economica. Nuovi rapporti di produzione, come quelli che stanno discutendo nel Labour Party, dove hanno convocato una conferenza su “alternative models of ownership”. O come fanno quei lavoratori che con il worker buy-out incidono sul come, cosa e per chi produrre. O come ci suggeriscono tanti intellettuali che ripensano il ruolo dello Stato nel ventunesimo secolo in senso di un suo protagonismo.

Bisogna porsi molte domande, ma anche trovare molte risposte, alcune pensiamo ci siano già ma l’ottusità delle classi dirigenti si rifiuta di vederle perché non si inseriscono nei loro schemi mentali. Il che è un peccato perché dopo averle trovate bisogna saper convincere della loro bontà milioni di persone. Se le risposte mancano o non si sanno condividere, meglio lasciar perdere la politica.

Le diseguaglianze, il cambiamento climatico, l’aumento del numero dei poveri che lavorano e dei ricchi che non lavorano, sono tutte tematiche divenute mainstream: tutti le nominano, nessuno dà una risposta su COME intenda provvedervi. Su quel COME dovremmo dividerci o unirci e invece sembra impossibile spostare l’asse della discussione pubblica in questi termini.  

Sul COME vorremmo dividerci o unirci anche nella discussione sull’Europa in vista delle Europee 2019. L’unica cosa che può far entrare un po’ di aria fresca nelle stanze odoranti di muffa della sinistra politica è un anno di congresso permanente sull’Europa. Un anno in cui si discuta allo sfinimento dei punti nevralgici che interessano la vita di tutti, o almeno, la nostra, quella di giovani precari. Discutendo del merito si può suscitare interesse in questa vicenda nei tanti che si sono disinteressati o che dopo troppe delusioni stanno decidendo di iniziare a farlo. Si può discutere fra coloro che chiedendo piùEuropa di fatto chiedono un supernazionalismo e coloro che volendo difendere il lavoro vogliono una progressione nell’internazionalismo, fra coloro che credono che l’Europa sia una forma politica e culturale e coloro che credono che l’Europa sia un’estensione geografica. Con pratiche nuove, forme diverse dall’autoreferenzialità, biografie eclettiche e la produzione di un conflitto da cui finalmente possano nascere nuove leadership e nuovi collettivi.

Il punto è la Democrazia. Innovazione democratica, democrazia economica e democrazia multilivello. Questa è la nostra traccia per il futuro e il nostro attuale impegno.

Rosa Fioravante

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...