Qualche domanda in margine a Sinistra Anno Zero

Oggi, 7 aprile 2018, alcuni compagni si stanno riunendo a Roma, per un momento di confronto dopo le recenti elezioni legislative. Il nome dell’iniziativa è evocativo (“Sinistra Anno Zero”) e dolorosamente azzeccato. Chi scrive, purtroppo, non è riuscito a partecipare. Eppure l’evento merita attenzione e diffusione.

Al di là delle spiritosaggini sull’ “analisi della sconfitta”, gli eredi della sinistra devono fare i conti con una fase così grave da andare molto oltre le beghe di partito. A voler essere sbrigativi e qualunquisti, si è tentati di dire che i risultati delle ultime elezioni riflettono – come minimo – una società in cui molte persone rischiano di perdere il loro benessere, raggiunto con il lavoro e la fatica (quando non lo hanno già perso, e sempre che lo abbiano raggiunto), ma non hanno (più) voglia di difendere quel benessere assieme agli altri lavoratori; allo stesso tempo, queste persone non trovano più una forza politica capace di partire dai loro interessi (e dalle loro paure) per aggregarle in una comunità, attorno a una proposta (che non si può limitare a un “programma” di cose da fare). Se anche non fosse così, si può quantomeno intuire (banalmente) che il rapporto tra i lavoratori e i partiti politici della sinistra è in crisi: una crisi che non può essere addebitata agli errori dei singoli dirigenti di quei partiti, che è stata abilmente sfruttata da movimenti non ideologici il cui principale punto di forza consiste nel rappresentare una novità, e che – d’altra parte – è comune a molti partiti appartenenti alla tradizione del socialismo europeo (ma anche a quello schieramento che tradizionalmente definiamo “conservatore”). Insomma, è inutile, forse ridicolo, occuparsi delle dinamiche di partito, se le consideriamo separatamente dai fenomeni del mondo reale.

Fatta questa premessa, mi pare di poter dire che in Sinistra Anno Zero – pur aperta a compagni di diversa provenienza partitica, e destinata a non essere un semplice evento di partito, tantomeno di corrente – è marcata la presenza della sinistra Pd. Proprio per questo, l’iniziativa è un’occasione importante. Consente (anche) di ricavare qualche indicazione sullo stato d’animo di una componente numerosa della sinistra italiana. Se (come mi auguro) Sinistra Anno Zero rappresenterà l’inizio di un dibattito, questo si dovrà svolgere tenendo presente che sul banco c’è (anche) una clamorosa, vistosa, evidente questione chiamata Partito Democratico. Liberi e Uguali, probabilmente, ha sbagliato tutto. Ma il Pd – considerando la sua storia – si caratterizza per alcuni elementi del tutto peculiari, sia rispetto a LeU, sia con riguardo agli altri partiti del Pse. Insomma, se siamo all’inizio di un dibattito, mi permetto di partecipare, prendendo l’evento del 7 aprile come pretesto, e di rivolgere qualche domanda (breve) ai compagni del Pd che vi hanno preso parte.

1) A prescindere dal giudizio su Renzi, sulla sua gestione del partito e sulla sua azione di governo, possiamo essere d’accordo se prendiamo atto che, dietro Renzi, ci sono molti militanti e simpatizzanti che sostengono la sua linea, e che lo fanno per convinzione (al punto di essere, in certi casi, molto più radicali dello stesso Renzi)? Siamo d’accordo, in sostanza, nel dire che i vertici del Pd riflettono una parte della società, una parte abbondantemente presente nel partito, e quindi che ogni cambiamento interno al Pd non può essere affrontato con un semplice congresso (né tanto meno con un accordo tra dirigenti)?

2) Come vedreste l’approdo verso un partito dichiaratamente socialista, aperto al contributo dei laici e dei cattolici, superando l’etichetta vaga del “riformismo” e del “progressismo”? Senza dar vita all’ennesima sigla, questo partito potrebbe semplicemente essere il Pd, cambiandone lo statuto e il manifesto dei valori?

3) Secondo voi, questo nuovo partito dovrebbe includere tra i suoi valori – oltre all’equo compenso per tutti i lavoratori, anche autonomi, e al riconoscimento della libertà d’impresa secondo la Costituzione – la stabilità del posto di lavoro per i dipendenti, il giusto equilibrio tra il lavoro (o lo studio) e il tempo libero, le garanzie della sanità e della previdenza pubblica? Possiamo dire che chi non difende tutto ciò, magari in nome della “durezza del vivere”, è sullo stesso piano di chi non vuole accogliere gli immigrati, o di chi non vuole difendere le unioni civili omosessuali?

4) Davvero un partito ispirato a questi principi sarebbe destinato a restare chiuso nel recinto minoritario della sinistra, senza la possibilità di allargarsi a quei lavoratori (artigiani e commercianti, professionisti, operai della piccola impresa) e a quei disoccupati che non si sono mai fidati non solo del Pci, ma nemmeno dell’Ulivo o del Pd?

Non è mica retorica. La sinistra è davvero all’anno zero. Personalmente, vorrei che fosse la sinistra riformista a trovare la chiave per ripartire, magari proprio superando, o semplicemente ripensando, la stessa distinzione tra “riformisti” ed “estremisti”. Le prossime settimane ci diranno se il 7 aprile sarà stato non dico la solita “svolta”, magari accompagnata dal malaugurante “questa volta è diverso”, ma, semplicemente, un avvenimento costruttivo e incoraggiante, in una realtà che non ci permette più il ricorso all’autoconsolazione.

Nicola Dessì

(Si ringrazia La Torre Normanna per l’immagine di copertina)

 

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