Il ruolo dei media nel degrado dell’opinione pubblica

Non è solo questione di Fake News. Non è solo questione di strafalcioni grammaticali che si propagano sulle testate.

“Le campagne elettorali sono sempre più brutte” sentiamo dire in giro sempre più frequentemente, ed è difficile a contraddire chi lo afferma. Il problema è comprendere perché siano così brutte: sempre più in mano a spin-doctors, i presunti santoni della comunicazione politica, sondaggisti ed esperti; di contro sempre meno a militanti, sezioni e funzionari dei partiti. La politica si trova così ad utilizzare un linguaggio deciso altrove. Ma questo non è un elemento neutrale: l’analisi si impoverisce, tirano solo i concetti semplici. Il fast-food delle idee impera, in questo mondo frettoloso ed ansiogeno.

In generale, anche al di fuori della politica, si riscontra un impoverimento dei contenuti nella comunicazione, una rapida corsa alla semplificazione, innegabile e sempre più solare.

Questo porta però con sé dei rischi, a cominciare dal valore dei messaggi che passano. Crescente è la facilità con cui visioni parziali, capziose, o comunque inesatte giungono alle nostre orecchie, senza che nessuno abbia il tempo e il modo di fermarsi ad analizzare criticamente gli assunti, le verità che passano come tali pur non essendolo affatto. Paga dazio la cultura generale, la conoscenza dei fatti da parte del pubblico. La rincorsa al ribasso dei mezzi di comunicazione è evidente, di conseguenza l’opinione pubblica si impoverisce, e così i criteri di scelta dell’elettorato.

Per chiarire quanto si è testè affermato, prendiamo come riferimento alcune parole chiave, che infiammano i social, TrendTopics su #Twitter, sulla bocca di tutti, e quotidianamente sulle pagine di tutti i giornali: quelle  che tutti utilizzano, e pensano di saper usare. Ma chi ne ha capito fino in fondo il significato?

“EUROSCETTICISMO”27781816_10156123496999096_960185522_n

Che significa essere euroscettici? E prima ancora, che significa essere scettici? Lo scetticismo fa riferimento a qualcosa che non si conosce bene o affatto, e a naso, subodorando e pregiudizialmente, si percepisce che non sia il caso di fidarsi. Ma dopo 15 anni di unione monetaria, ha senso parlare di euroscetticismo? L’Europa e l’Euro li conosciamo ormai bene, e sebbene sia sbagliato associare ad essi tutti i mali di questo tempo, di certo un ruolo lo hanno. Pertanto in questo drastico dualismo, in questa rigida dicotomia si può essere, secondo i Media, o Europeisti o Euroscettici, o al più anti-europeisti. Qualsiasi posizione intermedia che preveda la volontà di modificare l’assetto attuale dell’Unione senza distruggerla, magari con un po’ di redistribuzione e lotta allo strapotere della finanza, ai paradisi fiscali, è tagliata fuori. Eliminata dal dibattito, dalle posizioni possibili. Avrebbe certo senso accettare la perfettibilità dell’UE attuale, e chiederne a gran voce una modificazione. Anche considerato che più si va diritti per questa strada più prendono forza i venti neri del fascismo, esplodono i nazionalismi, da Varsavia a Lisbona, dal Manzanarre al Reno. Ma più si violenta il dibattito, in bianco e nero – per cui o hai il santino della Merkel sul comodino oppure vuoi fare saltare in aria Bruxelles con una bomba- pro o contro l’Europa, più si facilita il perdurare dello Status quo. Tutti temono il Caos, e dunque “se quella è l’alternativa, meglio quest’Europa”. Tutto ciò in barba al crescere continuo delle ingiustizie, delle disuguaglianze, la palese incapacità del neoliberismo della BCE di difendere nulla al di fuori delle proprie élites, all’accelerazione del cambiamento climatico: problemi che chiederebbero provvedimenti urgenti, e ben diversi dagli attuali. Avrebbe ben altro senso parlare invece di “Eurocriticismo”.

“MIGRANTI ECONOMICI”

Che significa essere un “migrante economico”? Significa prendere un barcone senza più soldi, con quattro vestiti e se va bene uno smartphone in 4 per comunicare con i cari rimasti a casa e scappare, rischiando la morte, alla disperata ricerca di una vita dignitosa sì, ma provenendo da un paese in cui la guerra non c’è. Pertanto non puoi essere catalogato come profugo di guerra, e questo è corretto. Ma questo riduce il tuo diritto di muoverti coraggiosamente alla ricerca di una vita migliore? Se anziché dalla guerra provieni da un paese colpito da carestie, o epidemie, in cui si muore di fame, non c’è acqua potabile, o devi fare 10 kilometri per trovare il primo fiumiciattolo, non hai diritto di fuggire via? Se la guerra nel tuo paese è durata 30 anni ed è finita da pochissimi mesi o anni, il paese è in ginocchio e ci sono mine antiuomo -anche qui esportiamo made in Italy- ancora letali sottoterra, sei un migrante economico o un profugo di guerra? Il Sudan, ad esempio, è stato prima colonizzato dall’egitto e dalla corona Inglese, poi dopo l’indipendenza del 1956 è stato flagellato da due guerre civili per la supremazia tra gruppi interni, la prima dal 1955 al 1972 e la seconda dal 1983 al 1998. Nel 2011 i Sud Sudan si è reso indipendente, ma un tentativo di colpo di Stato nel 2013 ha creato un’ulteriore violentissima faida che ha causato 50.000 ulteriori morti. Come si possono scindere i migranti sudanesi dal resto dei profughi? Dove si colloca l’asticella, il confine? Dunque no, questa separazione non ha alcun senso, ed è immorale. Nessun bambino, nessun ragazzo o ragazza di 14,19 o 30 anni è colpevole della situazione del proprio paese. Senza colpevolizzarsi circa il ruolo dell’occidente nell’attuale stato della cose in Africa ed in Medioriente – che poi, guardarsi allo specchio e studiare la storia non guasterebbe- di certo è una violenza pensare che chi nasce lì debba patire a vita una condizione disumana, come fosse una punizione divina. Qualcuno diceva tempo fa “papà, chi sono i migranti economici? ” “Quelli che anziché rischiare di morire sotto le bombe, rischiano di morire di fame”. Ed è esattamente così. I “migranti economici” sono una definizione indegna, che va cancellata dal linguaggio della comunicazione, perché li dipinge quasi come fossero truffatori, o commercianti che vengono ad esportare la loro povertà, a scapito nostro. Come se venissero per dispetto! La migrazione, per ciascun singolo, non ha nulla a che fare con l’economia, ma con la dignità umana. E non siamo davvero nulla – se non fortunati, ben più di loro e senza alcun merito- per impedire ad ognuno di aspirare ad una vita migliore. E’ una terminologia davvero insultante, che serve solo ad imporre dei confini, dei limiti alla nostra empatia, alla nostra umanità. Restrizioni alla nostra voglia di sentirci meglio aiutando il prossimo, che è molto più sano di sentirci meglio continuando a consumare senza sosta, ed inquinando (vedi cambiamento climatico). Ma se non siamo umani, possiamo diventare solo disumani.

“PRECARIATO”

Questa anche è una parola che grida vendetta: l’eterno abuso che viene fatto del vocabolo, e la confusione tra precariato e precarietà. Ciò che lascia davvero perplessi è il fatto che questa confusione sia fatta non solo da giornalisti, ma a volte persino da gruppi politici e sindacali che si professano voler difendere i precari stessi. Ribadiamolo una volta per tutte: il precariato è la categoria, l’insieme dei precari. Di contro la precarietà è il concetto, e quindi la condizione in cui i precari si trovano. Ecco l’inganno: parlare di precariato come problema, confondendolo con la precarietà, equivale a far coincidere la precarietà con un problema meramente lavorativo. “Dobbiamo combattere il precariato” è un errore in lingua italiana: il precariato va difeso, bisogna semmai stabilizzare il lavoro ed eliminare il precariato dalle categorie esistenti, come si è eliminato il proletariato, ovvero “quella parte di poveri che non avevano nulla al di fuori dei figli, la prole”. Ma l’eliminazione del precariato passa dall’eliminazione della condizione in cui i precari si trovano, cioè la precarietà, la precarietà del lavoro. Questa sovrapposizione di parole serve a nascondere il vero problema: la precarietà lavorativa comporta la precarietà del reddito, delle entrate, della capacità di spesa, l’impossibilità di accendere un mutuo, fare le vacanze perché non si sa se tra 6 mesi si lavorerà e guadagnerà ancora. Il precariato è dunque un mare di persone che non patisce una precarietà solo lavorativa, ma una precarietà esistenziale. E’ una vita precaria, quella dei precari, non lo è solo il lavoro! Pertanto il lavoro deve essere stabile e sicuro, perché solo così si combattono le diseguaglianze. La precarietà del lavoro serve a rendere succubi i lavoratori, sotto l’eterna minaccia dell’interruzione del rapporto di lavoro, e la conseguente caduta in miseria. Difendiamo il precariato, combattiamo la precarietà.

“FLESSIBILITA’ ”

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Flessibilità, che bella parola. Vi piace più una cosa flessibile che si flette senza spezzarsi, o una cosa rigida, che può rompersi facilmente? Che domande. Ma chiamare flessibilità la possibilità di disporre della mano d’opera indiscriminatamente – e quindi delle ore di vita delle persone come fossero una merce, una materia prima, un generico fattore produttivo privo di una vita e di una dignità, come qualsiasi oggetto inanimato- è semplicemente un raggiro, un bluff. Dal pacchetto Treu del 1997 alla legge Biagi del 2003, il lavoro flessibile come è oggi non è altro che la disponibilità a lavorare ad orari, in stagioni, co turni diversi, irregolari, discontinui ed improbabili, versando meno contributi, costando meno tasse ai datori di lavoro, senza ferie, e a volte persino senza malattia; per vivere da poveri, senza prospettive e condannati ad una pensione da fame. La flessibilità è solo una parola tenue e dalla valenza universalmente riconosciuta come positiva, usata per nascondere la precarietà, che invece è il male che attanaglia l’esistenza di una fetta sempre maggiore di persone in questo paese, nonché la principale cause del continuo calo delle nascite. Ma dagli scranni dei governi la si continua ad elogiare, indegnamente. Flessibile è ciò che non si rompe perché ha la capacità elastica di flettersi. Scusate il gioco di parole: ma è proprio perché questa non è veramente flessibilità ma sfruttamento, che i lavoratori si sono rotti. Perché i lavoratori sono persone, e le persone non sono oggetti.

“RIFORME e CAMBIAMENTO”

“Bisogna fare le riforme”, “andiamo avanti con le riforme”. Che significa fare le riforme? Riforme buone o cattive, di che tipo,  in quale direzione? L’abuso della parola riforma per intendere qualsiasi modificazione, pur minima, di una norma è solo un modo per conferirgli indebitamente una valenza di neutralità politica, quando una riforma non è mai neutrale, perché implica delle scelte, e per scegliere si sanciscono priorità, si avvantaggia qualcuno e non qualcun altro, qualche interesse piuttosto che un altro. A volte si sono definite riforme modifiche minuscole, irrisorie di un certo comparto legislativo; solo per dar prova che il parlamento (o il governo, via decreto) stesse dandosi da fare, quando magari su un dato tema non sapeva che pesci pigliare. Riformare significa cambiare forma, ed in senso giuridico la forma, le parole di una legge, hanno valore sostanziale: una vera riforma è ciò che modifica strutturalmente una norma, e segna in modo saliente la legislazione di un dato ambito. L’abuso del termine e il suo uso neutrale per sottolineare il dinamismo di una maggioranza o di un governo nasconde spesso la necessità di ostentare meriti inesistenti. Mentre tantissime cose in questo paese necessiterebbero di riforme vere, strutturali.

Discorso analogo per il “cambiamento”: parola di maggior vuotezza non potrebbe esistere. Come si può conferire al cambiamento una valenza positiva a prescindere? Anche il passaggio dalla vita alla morte, l’inizio di una guerra, lo scoppio di un’epidemia è un cambiamento, senza dubbio. Cambiamento è un termine neutro. Poche cose sono degne di scetticismo (quello vero) come la campagna di chi millanta di rappresentare “il cambiamento”.  Miglioramento o peggioramento, bisognerebbe chiedersi? E’ evidente come in questa fase storica di grande malcontento, stagnazione, povertà e disuguaglianze in aumento, la stasi faccia paura: tutti avvertiamo la necessità che si faccia qualcosa per cambiare la situazione, ovviamente, ed è giusto. Ma fidarsi di chi nella politica vuole cambiare a prescindere, senza domandarsi come, a che prezzo e per quali scopi è semplicemente pericoloso. Ogni cambiamento ha valore e colore politico, come ogni riforma. Chi spaccia per politicamente neutrale un cambiamento dandone per certi gli esiti positivi per tutti, stiam pur certi, sta indorando una pillola amara da ingoiare per molti. Abbiamo dato fiducia, come popolo, a tantissime personalità e partiti che si sono professate portatrici di cambiamento, senza che a questo corrispondesse un miglioramento. Non per la vita dei cittadini comuni, almeno. A proposito di cambiamento: Quale cambiamento climatico?! Chiamiamolo, ahinoi, col suo nome: riscaldamento globale. Desertificazione.

“CRESCITA”27721049_10156123483369096_453893887_n

Anche la crescita, che viene spacciata come una grande fortuna e necessità di ogni paese, in realtà non ha una valenza necessariamente positiva, ed anzi. Spesso la crescita viene, almeno per quello che riguarda gli interessi sociali e nei contesti della comunicazione, utilizzata per intendere la produzione industriale. Ma fino a quando dobbiamo crescere? Chi brama un’espansione infinita della produzione, in un mondo finito? Non è questione di essere pedissequi seguaci di Serge LaTouche, o sostenitori inveterati della decrescita felice. E’ questione di riconoscere che le grandi sfide del nostro secolo sono quelle della sostenibilità ambientale, della modificazione della produzione e della riscoperta della misura e della sobrietà come valori fortemente positivi, nei profitti, nella produzione e nel consumo. Stiamo volando verso i 10 miliardi di abitanti e non possiamo che ridurre i consumi, se non vogliamo andare verso carestie e distruzione. La parola corretta che deve prendere il posto della famosa vituperata crescita è lo sviluppo, termine nobile che indica un cambiamento di stadio, di fase di un dato processo, una modificazione funzionale efficace e migliorativa, ma non necessariamente accrescitiva, senza implicare l’ipertrofia. La realtà è che la crescita è una parola buona che viene dall’800, che ha sconfinato nel ‘900, ma non ha ragione di dettar legge nel XXI secolo. Molte parole hanno valore positivo in una fase storica, tuttavia il loro valore muta e verte alla negatività col trascorrere inesorabile del tempo e il variare delle necessità. “Crescita” è proprio questo. Peraltro, la crescita comunemente sentita nei TG è quella industriale, ovvero il PIL. Ma il PIL è un indicatore ormai del tutto obsoleto per sancire lo Stato di salute di un economia e sopratutto di uno Stato. Basti rammentare le parole di Bob Kennedy, che con visionaria lungimiranza lo definì così in un discorso del 18 marzo del 1968, a meno di tre mesi dal suo brutale assassinio:

“Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.

Infine dunque, perché tutto questo accade? Il linguaggio è cruciale: dobbiamo davvero rassegnarci ad una classe giornalistica così acritica e inginocchiata, semplificatrice e mistificatoria, così superficiale e povera di contenuti? Perché dobbiamo avere della realtà questo ritratto così approssimativo e volgare? E di parole travisate, male utilizzate e svuotate di senso, ce ne sono tantissime.

Inesorabilmente, in questa fase di innegabile impoverimento morale e regresso culturale della storia, regna indiscusso il culto del denaro e con esso del profitto. Pertanto, ormai ha vinto la scuola di chi deve vendere le notizie: questo è il nuovo ruolo dei media, sviliti  e svuotati del loro senso originario. Come se le informazioni che circolano non dovessero esser finalizzate in primis ad informare, ma soltanto a esser pagate ed a garantire quindi la sopravvivenza di chi le pubblica. L’unico criterio pertanto è quello quantitativo, la qualità non ce la possiamo più permettere (e non è povertà anche questa?). Come se le notizie fossero un bene di consumo qualsiasi, ed è qui il grande pericolo: in un’economia di mercato che fagocita anche l’informazione, l’opinione pubblica non può che degradare. Perché se l’unico obiettivo è vendere le notizie, esse non reciteranno verità, ma esattamente come una scatola di tonno, dovranno giocoforza soddisfare il palato di chi le legge. Quindi, come per la propaganda politica, si faranno circolare le notizie che piacciono, invertendo la logica dell’informazione. Le bufale spopolano, scevre da ogni controllo, e le verità che non piacciono vengono sempre più taciute, impoverendo la capacità critica dei cittadini, e dunque dell’elettorato di esprimere un pensiero ed un voto consapevole. Il linguaggio si imbarbarisce, con una politica vilipesa dall’aziendalismo e con un’informazione soggiogata alle logiche del profitto. Ma questo, giustappunto, non è un cambiamento: è un peggioramento, che discende dal dominio dell’economia sulla politica, del mercato sullo Stato e del prezzo sul valore.

Le parole sono importanti, ed è importante comprenderne il significato ed il senso più profondo: perché come ha detto recentemente qualcuno in campagna elettorale – con toni sorprendentemente cheti, rispetto agli standard degli strilloni contemporanei- : “a parole sbagliate corrispondono politiche sbagliate”.  E questo è esattamente ciò che sta accadendo ovunque, oggi. 4 marzo 2018, sei così diverso da quello del ’43 del mai abbastanza compianto Lucio Dalla. Arriva presto, sbrigati, che qui non ce la facciamo più.

Fabio Perrone

 Responsabile Lavoro e Welfare de I Pettirossi

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1 Comment

  1. Condivido la sostanza dell’articolo. Per invertire la tendenza del pensiero unico della logica mondialista e liberista, in tutte le direzioni, bisogna ripartire dalla scuola, dalla consapevolezza critica dei cittadini perché non vengano manipolati dalle parole e dei concetti equivoci e interessati. È un lavoro lungo di sicuro successo.

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