L’Università, la crisi e la cultura politica

Ha fatto molto discutere nel Paese la proposta di Pietro Grasso sulla gratuità dell’Università pubblica, tra militanti del PD arrabbiati, che hanno visto la cosa come sfida a chi la spara più grossa e tra un gruppo folto di persone che non immaginano proprio come l’università possa esistere senza le tasse. Ai primi, in malafede, un po’ rosiconi, non bisogna rispondere: continueranno a prendere la campagna elettorale come una corsa a chi la spara più grossa, al di là delle conseguenze sul Paese delle proprie affermazioni e delle proprie proposte.

Questa infatti, al contrario dell’abolizione del canone Rai o dell’ICI, non è per niente una “sparata” elettorale: è l’opportunità di rendere gli studi superiori non attività di pochi eletti, ma qualcosa di accessibile a tutti, capace di ritornare a stimolare la mobilità sociale e a ridare obiettivi a un Paese che oggi conta la peggiore percentuale di laureati in Europa. Non è un discorso economicista ma è una proposta molto più complessa; inoltre, è l’opportunità di ricostruire una forza politica insieme ai movimenti studenteschi, finalmente nel cerchio di una cultura politica socialista democratica. Sì perché mentre le altre forze politiche hanno dalla loro qualche associazione studentesca di pochi eletti, LeU gode della simpatia delle associazioni studentesche maggiori e questa proposta va proprio nel senso di catturare un dialogo e rinsaldarne un fronte.

Non dobbiamo comunque nasconderci gli anni di discussione intorno alla proposta, ci sono stati tra gli studenti dibattiti su dibattiti perché fa giustamente spavento in un Paese come il nostro togliere all’università anche quei 1,6 miliardi che provengono dalle tasse: ma se l’Italia cambiasse, radicalmente?

Se fossimo anche noi quel Paese che fa dell’Università e della ricerca un polo per la crescita? Perché oggi sappiamo tutti che questo non succede: dalle vergognose dichiarazioni della Gelmini ai suoi tempi sull’inutilità dello studio; alle continue statistiche e ricerche che sottolineano a tutti il legame tra Università e mondo del lavoro per rendere la scelta succube della peggiore mentalità provincialotta tutta nostrana che vuole i figli degli italiani tutti medici o avvocati. Per carità, ne abbiamo bisogno, ma abbiamo anche bisogno di tante altre figure professionali e soprattutto abbiamo bisogno di persone che credono nel valore della cultura. Fa scandalo in Italia sapere che in Germania, ad esempio, i laureati in filosofia accedono al mondo del lavoro anche su altri ambiti perché la materia evidentemente è riconosciuta per il valore formativo che merita.

La misura comunque, voglio dirlo ai sinceri preoccupati, non è assolutamente l’abolizione tout court da un giorno all’altro delle tasse universitarie e non prevede il taglio su altri fronti: di questo parlerò in queste mie riflessioni. La sfida è proprio pensare che le due cose non si escludano e probabilmente questa cosa va detta e sottolineata meglio anche da LeU nei prossimi giorni, ma, sono sicura, lo farà.

Comunque a quelli che dicono (quasi tutti in malafede) che la proposta non è di sinistra voglio ribadire che la proposta forse non sarà rispondente alla sinistra che hanno loro in testa, ma per quanto riguarda la storia politica europea la proposta è tipicamente socialista: era nei programmi di Olof Palme, come è oggi in quelli di Bernie Sanders e Jeremy Corbyn. I più pignoli diranno “ma in GB le tasse sono altissime, molto più alte di quelle in Italia” oppure “ma negli USA l’Università è privata”; a questi dico: Paesi occidentali non così progrediti dal punto di vista dei diritti sociali finalmente stanno cominciando a ragionare su cose sulle quali noi europei ragioniamo da tempo!

Tra gli studenti capitano spesso i discorsi sul quanto costa l’università in altri Paesi, così, per sognare di studiare all’estero o semplicemente per curiosità. E spesso c’è chi non ci crede che in Germania o in Austria gli studenti paghino cifre irrisorie per accedere ai corsi universitari o che la Humboldt University di Berlino, una delle più rinomate università del mondo, sia gratuita. Perché sì, ci sono Paesi in Europa che sperimentano già una misura di welfare universalistico molto innovativa tutta a vantaggio dei ceti medio bassi: in Austria gli studenti pagano 360 euro l’anno e l’università è accessibile a tutti; nei Paesi Scandinavi è gratuita o quasi; in Germania dipende dalle Università, alcune sono gratuite altre quasi; stessa cosa in Francia.*

È giusto comunque fare una nota: è impossibile non legare la questione delle tasse (o meglio contribuzioni perché di questo si tratta, non di vere e proprie tasse) con la questione del numero chiuso, degli investimenti fatti nell’Università in termini di Ricerca e Sviluppo, luoghi fisici e burocrazia. La prima critica che viene fatta è infatti: dove si prendono allora i soldi per l’Università?

Riprendo in prima battuta le parole di Claudio Riccio, già coordinatore della Rete della Conoscenza, promotrice della proposta da tempo:
“Abolire le tasse universitarie costerebbe 1,6 miliardi €. Una cifra importante, ma ben distante dai quasi 20 miliardi di sgravi alle imprese regalati in questi anni dai governi Renzi e Gentiloni o dai 9 miliardi degli 80 euro. Ovviamente altre risorse serviranno sul potenziamento del diritto allo studio e sulla qualità della formazione e della ricerca.”

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Diciamo subito che i finanziamenti anche oggi, e per questo si parla di contribuzione, si prendono dal bilancio pubblico dello Stato. In ogni caso è vero che la misura non può non essere inserita in un contesto più ampio:

  1. Il numero chiuso, tra i Paesi citati sopra alcuni hanno il numero chiuso, altri no. Le due cose quindi non sono necessariamente collegate, anche se chiaramente bisogna capire come garantire la più ampia accessibilità possibile: il principio infatti deve essere questo, nel nome di una politica al servizio degli studenti e in barba alle riforme degli ultimi anni che hanno ridotto i posti disponibili soltanto per una questione di tagli alla spesa pubblica. Per fare alcuni esempi: in Austria l’accesso è totalmente libero, anche se alcuni corsi eccessivamente numerosi prevedono una selezione sulla base del merito che però non è assolutamente fatta attraverso il metodo ingiusto del test attitudinale (volto probabilmente ad arricchire il business dei corsi preparatori), bensì attraverso colloqui o dopo la frequenza di un semestre o due e il passaggio di un esame.
  2. Gli investimenti in Università e ricerca, i tagli nel settore dei saperi e della ricerca sono la vera piaga del nostro sistema universitario: oggi ci ritroviamo nella situazione in cui gli studenti scioperano contro il numero fisso, i professori per gli stipendi troppo bassi e i ricercatori perché lavorano senza strumenti con salari da fame, spesso licenziati da un giorno all’altro. Anche qui, non è necessariamente vero che il principio di gratuità del servizio universitario collida con gli investimenti pubblici nello stesso settore. A fare gli investimenti è infatti lo Stato italiano, che permette, attraverso la reticenza nell’imporre una tassazione più progressiva, che i paperoni d’Italia si arricchiscano nella crisi. Ma non solo, quanti soldi si sprecano per opere pubbliche inutilizzabili solo per fare i favori degli amici di qualcuno? Quanti soldi nei bonus/mancette di Renzi che hanno sapore iperassistenzialistico? È necessario rimanere nei parametri di Maastricht per deficit e debito pubblico? D’altronde se dall’Europa ci dessero il tempo di crescere riusciremmo anche a pagarlo, il debito pubblico, ma senza agire sullo stimolo della domanda interna è veramente molto difficile! A dimostrarcelo tanti economisti, dalla Mazzucato a Stiglitz, e gli anni di politiche economiche che hanno aggredito invece la domanda interna, ridotto diritti e salari alle persone e condotto l’Italia al pantano in cui è immersa.

INOLTRE È EVIDENTE COME VI SIA UN PROBLEMA TASSE OGGI NELL’UNIVERSITÀ, VISTO CHE RIFORMA DOPO RIFORMA LE TASSE AUMENTANO AL DIMINUIRE DELLE BORSE DI STUDIO. Secondo un recente studio di Federconsumatori la situazione delle tasse universitarie è essenzialmente questa:

“l’importo medio delle tasse universitarie è compreso nella fascia tra i 1.000 e i 5.000 euro annui, dato che ci colloca nello stesso gruppo di Spagna, Slovenia, Lettonia, Lituania, Ungheria e Paesi Bassi. Da noi è l’88,5 per cento degli iscritti a pagare, mentre in Spagna la percentuale scende al 70 per cento e in Francia al 65.”

Lo denunciano in tanti, dai sindacati ai movimenti studenteschi, dai think tank che girano attorno alla scuola al più generale chiacchiericcio pubblico.

INOLTRE, altra importante proposta da fare potrebbe essere infatti slegare il conteggio degli investimenti in Università, Scuola e Ricerca dal rapporto DEFICIT/PIL, cosa che ci aiuterebbe a recuperare risorse per le borse di studio che mancano, per i disservizi e per lo sviluppo e la ricerca.

La proposta insomma, come ci ricorda Elisa Marchetti coordinatrice nazionale dell’UDU, deve essere per forza accompagnata anche da queste altre due componenti, perché i disservizi, le borse non pagate, gli affitti per i fuorisede e i libri, sono un costo per gli studenti quanto le tasse:

“Qualcuno ha posto il tema delle tasse universitarie come un tema centrale. Bene, d’altronde l’UDU solo qualche settimana fa aveva pubblicato un’inchiesta in cui si evidenziava lo stato emergenziale rispetto a questo tema. Non solo: abbiamo portato avanti una campagna “Università aperta” che teneva assieme il discorso sul libero accesso con quello del finanziamento del sistema universitario che da troppo tempo si regge sulle nostre spalle. Siamo scesi in piazza e ci siamo mobilitati sperando in un cambiamento di direzione nella legge di bilancio e in prospettiva nell’agenda politica dell’imminente campagna elettorale. Quindi, bene che se ne discuta, e anzi, speriamo che anche le altre forze dell’arco della sinistra e centro sinistra, che ancora non sono uscite con i propri programmi, ne facciano una battaglia chiave. Seconda considerazione: l’abolizione delle tasse universitarie non è la panacea di tutti i mali. Anzi, se non contornata da altre misure, rischia di acuire le disuguaglianze (meno entrate per le università, quindi riduzione dei servizi, quindi numero chiuso, quindi università per ancora meno persone e tutto quello che possiamo immaginare). Per questo sosteniamo convintamente che serva un modello transitorio, che porti alla graduale gratuità dell’iscrizione all’università, e i cui mancati introiti siano adeguatamente coperti dal finanziamento generale del sistema universitario, e che, contemporaneamente, si implementi consistentemente il diritto allo studio, perché per molti, non pagare le tasse non è condizione sufficiente per permettersi l’università. Spero, ma a giudicare da quelle righe in più presenti nel programma sono fiduciosa, che Liberi e Uguali, così come tutti gli altri a sinistra, siano disposti a fare un ragionamento di sistema.”

Sbaglieremmo a non fare questo ragionamento di sistema, a non includere i soggetti coinvolti nell’elaborazione della proposta, a fare delle pure campagne slogan senza specificazioni nei programmi. Così si è mosso Corbyn: slogan molto forti, come l’abolizione delle tasse universitarie, ma a latere specificazione sul programma che ricordiamo era un bel libriccino leggibile, completo e lungo.

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Comunque volevo fare un’osservazione: molto spesso le decisioni di spesa rispecchiano più la volontà politica del governo centrale che i soliti limiti di realismo che tutti rimarcano (a volte dimenticando che siamo sotto all’ingiusta morsa dei parametri europei più per autorazzismo che per altro, visti gli anni di decrescita sotto i vincoli di Maastricht). Da almeno vent’anni questa volontà politica è stata per il governo soltanto “tagliare, tagliare e tagliare”, misure infarcite di retorica meritocratica che hanno reso l’Università quello che è oggi: tasse in aumento, disservizi e blocco degli stipendi. Questo non vuol dire che la cosa non possa non essere problematica, lo è eccome, per questo dobbiamo avere il dovere morale di parlarne meglio per definire la proposta. Quello di Grasso comunque è sicuramente uno slogan forte, per ricominciare e io dico “FINALMENTE”.

Poi BISOGNA ANCHE ANDARE OLTRE IL MERO DISCORSO MATERIALISTA SUI COSTI INDIVIDUALI DEL SERVIZIO UNIVERSITARIO, il principio di gratuità non risponde soltanto a una logica economica, risponde anche e soprattutto a una logica politica e quindi etica.

In primis noi sbaglieremmo a non sottolineare che l’Università deve essere gratuita perché essa è perno centrale del rilancio dello sviluppo di un Paese: è dalla distribuzione delle conoscenze, dall’emancipazione delle persone e dall’arricchimento culturale dei cittadini, che si può andare verso la piena e consapevole democratizzazione dell’Italia, in cui i cittadini abbiano le capacità e le conoscenze per contribuire al benessere della società e di se stessi. È l’idea del bene comune: il caso nel quale il bene di tutti coincide con lo sforzo di ognuno verso il progresso. Noi dobbiamo infatti, tramite questa proposta, ridare speranze ai troppi giovani italiani ormai vittima di cinismo deprimente e desolante: dopo anni di retorica meritocratica, secondo la quale esistono dei bravi predestinati allo studio e altri che invece è meglio se vanno a lavorare, una proposta così è semplicemente rivoluzionaria. Una retorica quella spesso coincidente con il classismo perché è nelle periferie geografiche e sociali del Paese che si annida l’arrendevolezza e colpisce la retorica della predestinazione: a questo bisogna opporsi, sostenendo le lotte delle associazioni studentesche e dei movimenti.

E sia ben chiaro, il punto non è discriminare chi vuole lavorare: se qualcuno vuole lavorare senza studiare che lo faccia, il lavoro nobilita l’uomo; lo studio lo rende consapevole e abbatte l’analfabetismo funzionale (forse anche senza una laurea, ma questo è un discorso troppo lungo e non è questa la sede per svilupparlo).  Il punto è fare di tutto perché non ci siano ostacoli alla mobilità sociale del ceto medio basso.

Al contrario, l’universalità è fatta proprio per evitare che gli studenti vengano classificati in base al reddito, può essere infatti una misura classista quella di creare delle no tax area, come fatto dall’ultimo Governo e come si sente da alcune critiche renziane. Sensibilità vuole che percezione e autopercezione facciano la persona, se sul reddito la privacy è tutelata più difficile può essere con i luoghi pubblici.

L’Università, forse come ancora il liceo, è percepita un po’ come un’istituzione per privilegiati, larghe fette della popolazione si sentono intimorite e spaventate, non all’altezza delle sfide dell’università. Una retorica costantemente alimentata dai giornali, esponenti della società civile, politici e molte altre figure, persone insomma che guardano con tanto snobismo chi gli sta intorno, salvo poi salvarsi la faccia con il paternalismo: ma non è con le ipocrisie che si risollevano gli animi. Non dovrebbe funzionare così: non è soltanto chi si trova più a suo agio con l’ambiente universitario, perché stimolato da sempre allo studio da determinati codici culturali per fattori di status, a conseguire una laurea, ma è anche e soprattutto chi si impegna, chi si appassiona e chi vuole contribuire attraverso il proprio lavoro allo sviluppo della comunità e del proprio Paese.

In questo sta l’etica: nuovi codici comportamentali, culturali e morali per ricostruire l’Università dei tanti e non dei pochi!

Altre due cose per concludere:

La democrazia italiana si sta avviando verso una fase populista, si sfaldano tutte le culture politiche partitiche e per questo le persone capiscono sempre meno quello che la politica gli propone. L’Italia passa da un Paese ad alta politicizzazione a un Paese dove ad essere politicizzati sono le generazioni più anziani mentre i giovani sono sempre meno attenti e interessati. Il pericolo per la nostra democrazia è evidente e il futuro deve iniziare a preoccuparci non poco: cosa ne sarà dell’Italia se nessuno accompagna i giovani italiani verso il progresso? Se ne andranno per lo più, come già succede, oppure si faranno abbindolare dalle sirene reazionarie generatesi dai vuoi politici.

L’Italia vive un momento populista, in una situazione di riforma del capitalismo, alla presenza della rivoluzione 4.0 e dell’esplosione del precariato, la sinistra deve porsi anche il problema dei “disorganizzati” evitando di metterli in contrapposizione con gli organizzati, come spesso si è fatto. Populista vuol dire spesso pre-politico, vuol dire portare il dibattito alla sua essenza e verso la semplicità del linguaggio. Può essere strumento rivolto verso il bene, oppure verso il male. Lo si può utilizzare per creare una coscienza attiva oppure per abbindolare la gente. La scelta sta ai politici e Grasso ha scelto di creare una coscienza lanciando agli studenti un messaggio simbolico ben preciso: l’Università non è peso per le vostre vite individuali e per la vita del Paese, basta metterla costantemente sotto il ricatto del bilancio pubblico e personale. Una rivoluzione democratica che questo Paese aspetta da anni, più o meno da quando l’Università abbiamo cominciato a smantellarla a suon di meritocrazia, o meglio classismo.

Siamo tutti consapevoli del fatto che questa misura senza una riforma del fisco è inefficace e anzi controproducente dal punto di vista della redistribuzione delle risorse: scopo di una forza politica socialista per la costruzione di una società socialista è dare di più a chi ha di meno togliendo a chi ha di più. Il mezzo è lo Stato tramite la tassazione ed è per questo che il fisco deve essere più progressivo, in periodo di crisi e non.

Secondo la Banca d’Italia i paperoni d’Italia si stanno arricchendo nella crisi, complici le liberalizzazioni, l’idea che lo Stato sia un peso per le libertà economiche dei singoli e che pertanto la legislazione debba essere resa più flessibile, più leggera, come anche la burocrazia.

Adesso con la crisi economica che si presta a diventare la più grave da un secolo a questa parte, il neoliberismo ha dato prova delle falle che la sua teoria apporta alla pratica sociale e politica: la libertà dei singoli non basta, soprattutto se questa significa sfruttamento, ingiustizia sociale e diseguaglianze economiche e di opportunità.


*A tal proposito vi rimando a questo articolo: http://www.roars.it/online/abolire-le-tasse-universitarie-si-puo-ecco-cosa-dicono-i-numeri-e-i-confronti-internazionali/

Aurora Trotta

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