L’Italia non deve morire per Maastricht

Tra disgregazione dell’Italia e balcanizzazione dell’Europa

Lucio Magri, deputato di Rifondazione Comunista, nella seduta alla Camera del 29 ottobre 1992 in cui motivò il suo no alla ratifica del Trattato di Maastricht, paventò con largo anticipo la «prospettiva dell’Europa a due velocità». «Maastricht» – disse – «non promette allora l’unità dell’Europa, ma in compenso promuove la divisione dell’Italia e, più in generale, una moltiplicazione, che già si registra ovunque, di spinte, passioni, interessi localistici e di subculture nazionali».[1]

La lettura di Magri è stata confermata da un autorevole studio sul divario Nord-Surd in Italia, che sostiene, tra le altre cose, che «nella prima metà degli anni Novanta, la chiusura dell’intervento straordinario e le severe restrizioni fiscali, imposte dai criteri di Maastricht per l’adesione dell’Italia all’Unione europea, comportarono una riduzione dei flussi di spesa verso le regioni in ritardo. Il divario Nord-Sud si ampliò raggiungendo un livello analogo a quello degli anni Sessanta».[2]

Nell’aprile del 1997 Enrico Letta – futuro premier italiano – e Lucio Caracciolo – già direttore di Limes – davano alle stampe due libriccini, rispettivamente intitolati Euro Sì. Morire per Maastricht ed Euro No. Non morire per Maastricht. Caracciolo criticò il progetto della moneta unica scorgendone le criticità secondo un punto di vista geopolitico: quella scelta avrebbe portato non ad un’Europa più unita, ma, al contrario, alla sua balcanizzazione. Dario Fabbri nel numero 4/2017 di Limes è tornato a parlare dell’Europa “a due velocità” e ha avvertito, come Magri 25 anni prima, che esiste il rischio che l’Italia si disgreghi.[3]

Ci siamo ridotti a litigare tra regioni per la gestione delle decrescenti risorse rimaste nelle mani di stati non più sovrani: la questione settentrionale – come in Spagna la questione catalana – è una scintilla pronta ad esplodere, mentre l’altra parte del Paese, il Mezzogiorno, è praticamente scomparsa dai radar della politica nazionale. Per tutto questo dobbiamo chiederci: è giusto che l’Italia debba – o anche possa – morire per Maastricht?

Il “vincolo esterno” come cavallo di Troia

Guido Carli, ex governatore della Banca d’Italia e ministro del Tesoro all’epoca della firma del Trattato di Maastricht, nella sua autobiografia[4] spiega il ricorso a un “vincolo esterno” con la necessità di provocare nella politica (e nella società) italiana tutta una serie di mutamenti che essa, da sola, non aveva avuto la capacità di determinare.

La soluzione a problemi che non si riescono ad affrontare attraverso il processo istituzionale italiano fu trovata a un livello sovranazionale[5]: il vincolo europeo è stato la precondizione che ha reso possibile l’adozione di politiche di segno opposto a quelle intraprese nel trentennio (i cosiddetti “Trenta Gloriosi”) che seguì il secondo dopoguerra.

Nell’interpretazione del concetto formulata da Guido Carli, il “vincolo esterno” è infatti una sorta di cavallo di Troia per l’introduzione dei princìpi liberisti nell’economia italiana:

«Il trattato di Maastricht è incompatibile con l’idea stessa della “programmazione economica”. Ad essa si vengono a sostituire la politica dei redditi, la stabilità della moneta e il principio del pareggio di bilancio»[6].

E ancora: «L’Unione Europea implica la concezione dello “Stato minimo”, l’abbandono dell’economia mista, la ridefinizione delle modalità di composizione della spesa, una redistribuzione delle responsabilità che restringa il potere delle assemblee parlamentari ed aumenti quelle dei governi, l’autonomia impositiva per gli enti locali, il ripudio del principio della gratuità diffusa (con la conseguente riforma della sanità e del sistema previdenziale), l’abolizione della scala mobile […], la drastica riduzione delle aree di privilegio, la mobilità dei fattori produttivi, la riduzione della presenza dello Stato nel sistema del credito e nell’industria, l’abbandono di comportamenti inflazionistici […], l’abolizione delle normative che stabiliscono prezzi amministrati e tariffe»[7]. Tutto ciò si è puntualmente e immancabilmente verificato. Ma è questo che vogliamo? E a che prezzo?

L’euro e l’austerità

Carlo Galli, docente ordinario di Storia delle dottrine politiche a Bologna, in Democrazia senza popolo ha ricordato che l’euro, «ideato a Maastricht», è «– con altro nome – il marco, nel quale la nazione tedesca dal dopoguerra si riconosce e che la Germania ha dato in ostaggio all’Europa unita, ma che al contempo tiene saldamente in pugno, obbligando gli Stati dell’eurozona, attraverso i trattati, a comportarsi virtuosamente – secondo la definizione di “virtù” dell’ordoliberalismo –, ovvero chiedendo a più di mezza Europa di agire secondo modelli che sono tipicamente tedeschi (l’esportazione che traina l’economia al posto della domanda interna), e che le realtà politiche non tedesche devono riprodurre, almeno a grandi linee, attraverso le “riforme” e la spending review […]. Fondamentale è che, data l’impossibilità di svalutare le diverse monete, tutti gli Stati svalutino il lavoro, economicamente e giuridicamente»[8].

La cosa curiosa è che l’euro si presenta come l’evoluzione del (fallimentare) precedente Sistema Monetario Europeo. Pier Carlo Padoan, attuale Ministro dell’Economia e delle Finanze, nel 1986 si esprimeva così sullo SME e sulla Germania [riporto la traduzione mia dall’inglese]: «il rifiuto (quasi sistematico) da parte della Germania dell’Ovest di portare avanti politiche più espansive ha ridotto lo spazio di crescita disponibile agli altri Paesi membri»; «la strategia restrittiva della Germania dell’Ovest è largamente responsabile della stagnazione dell’economia europea degli ultimi dieci anni»; «i Paesi europei sono rimasti intrappolati in un programma di austerità mercantilistica: ogni Paese cerca di aumentare l’efficienza e la competitività internazionale riducendo salari e occupazione (e dunque la domanda interna)»[9].

Dal quadro delineato emerge in modo molto chiaro il nesso inscindibile tra euro (e, prima, lo SME) e austerità. Dirsi contro l’austerità ma non contro l’euro, quindi, non ha alcun senso. Pochi mesi fa l’economista Luigi Zingales, intervenendo nel dibattito sulle pagine del Sole 24 Ore, ha sottolineato la natura politica della moneta unica, definendola un busto ortopedico[10]. Una delle definizioni possibili per quello che in fin dei conti è… Un vincolo esterno per diffondere deflazione e disoccupazione.

La democrazia a rischio

Disoccupazione a doppia cifra, con punte che sfiorano il 35% per i giovani; precarizzazione del lavoro, con il Jobs Act ultimo tassello di una svalutazione che risale almeno al pacchetto Treu di venti anni fa; vertiginoso aumento delle diseguaglianze, con 13 milioni di persone povere costrette a rinunciare alle cure sanitarie. Tutto questo mette a rischio la stessa tenuta sociale, la nostra stessa democrazia, che nella Costituzione si fonda e si riconosce, nei suoi principi fondamentali già da lungo tempo sotto attacco. Alessandro Somma, docente ordinario di Diritto comparato, ha posto la questione in questi termini, tutt’altro che esagerati: liberiamoci di Maastricht o sarà fascismo[11] (e il fascismo ha molti volti). L’economista Emiliano Brancaccio gli fa eco in un’intervista di queste ore: «Se ti dichiari antifascista, non puoi essere un ‘deflazionista’ che invoca nuove ondate di austerity e di privatizzazioni, sostiene le deregolamentazioni del lavoro e promuove la gara al ribasso dei salari e dei prezzi, perché proprio queste politiche favoriscono l’avanzata delle destre estreme»[12].

Eppure, i media mainstream non aiutano a capire. I giornali insistono quotidianamente sulla necessità di un taglio drastico degli “sprechi” e dei “costi”, per il rispetto degli ormai famigerati parametri (3% del PIL per il deficit e 60% del PIL per il debito pubblico[13]). Sergio Romano, ad esempio, lo scorso 14 febbraio sul Corriere della Sera raccomandava a riguardo:

«I rimedi sono noti e sono quelli che la Commissione di Bruxelles ricorda pazientemente ogni anno ai loro governi: ridurre la spesa pubblica soprattutto in materia di previdenza, sanità e altre elargizioni clientelari»[14]. Romano è un conservatore, ma sfortunatamente non sono pochi i “progressisti” dalle idee parecchio simili. Ridurre la spesa pubblica significa ridurre il PIL, il che fa aumentare, non diminuire il rapporto (dal momento che il PIL è al denominatore). Si tratta di una “ricetta” assolutamente insensata, frutto di una ben determinata strategia politica. Da ripudiare al più presto[15], insieme a tutta l’impalcatura di Maastricht (euro compreso).

Vincenzo Perez

Note:

[1] http://www.camera.it/_dati/leg11/lavori/stenografici/stenografico/33696.pdf.
[2] Daniele e Malanima 2011, pp. 84-85.
[3] http://www.limesonline.com/cartaceo/spaccata-e-ideologica-litalia-tra-germania-e-stati-uniti.
[4] Carli 1993, p. 5.
[5]Ivi, p. 435.
[6] Ivi, p. 389.
[7] Ivi, p. 436.
[8] Galli 2017, pp. 91-92.
[9] Guerrieri & Padoan 1986 (Neomercantilism and International Economic Stability, International Organization, vol. 40, n° 1, Winter 1986), pp. 29-42. Proprio poche ore fa Vincenzo Visco – ministro delle Finanze del governo Prodi che varò la manovra che valse l’entrata dell’Italia nella moneta unica – in un’intervista a La Stampa ha sparato a zero sulla Germania, che avrebbe “tradito l’euro” sfruttandolo come un marco svalutato” e crescendo “a spese nostre”.
[10] http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-05-15/l-euro-creatura-politica-piu-che-economica-204849.shtml?uuid=AENAyZMB&refresh_ce=1.
[11] http://temi.repubblica.it/micromega-online/un-quarto-di-secolo-con-maastricht-liberiamocene-o-sara-fascismo/.
[12] http://temi.repubblica.it/micromega-online/brancaccio-sostenere-lausterity-e-poi-dichiararsi-antifascisti-e-un-ipocrisia/.
[13] Vale la pena ricordare che il debito pubblico italiano cominciò ad “esplodere” a partire dal 1981, anno in cui la Banca d’Italia divenne indipendente dal Tesoro, ma dipendente dai mercati finanziari privati (un’altra forma di vincolo esterno). Mentre fino ad allora lo Stato poté indebitarsi a costo zero (contraeva debito con se stesso, in ultima analisi), da quel momento in poi cominciò a pagare tassi d’interesse per conto e a discrezione di terzi. Cfr. Ciampi et al. 2011, Marinelli 2011, Bagnai 2012.
[14] http://www.corriere.it/digital-edition/CORRIEREFC_NAZIONALE_WEB/2017/02/14/1/i-limiti-del-fronte-populista_U43280904383696RxG.shtml.
[15] Il fattore tempo, giunti a questo punto, è tutt’altro che un dettaglio. Non è più il caso di sperare nella creazione degli “Stati Uniti d’Europa” – ammesso che qualcosa del genere sia auspicabile, personalmente nutro forti dubbi – o negli Eurobond e nei trasferimenti fiscali (a cui i Paesi creditori, Germania in testa, legittimamente si oppongono). Occorre ripensare l’Europa, riconoscere il fallimento dell’Unione nata a Maastricht, trovare un assetto più rispettoso del benessere comune. “Nel lungo periodo siamo tutti morti”, diceva Keynes. E la pazienza rimasta è inversamente proporzionale al grado di disagio raggiunto.

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