Il lavoro, lo Statuto dei lavoratori, l’art.18

FLESSIBILITÀ – CONTRATTI A TERMINE – PRECARIETÀ*

C’è stato il tempo dello STATUTO DEI LAVORATORI, un tempo in cui le norme sulla «tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro» rappresentavano regole certe a tutela di illeciti e ingiustizie nel mondo del lavoro in Italia. Adesso invece si fa fatica ad individuare strumenti, modalità e tempi di azione per tutelare i diritti più elementari nei posti di lavoro. La flessibilità è diventata precariato. Le “tutele crescenti” sono diventate l’alibi perenne per i contratti a tempo determinato. Di fatto i lavoratori – soprattutto i nuovi assunti – non hanno più quasi tutele, e le poche che hanno non le rivendicano per paura di venire licenziati.

A dire il vero la situazione attuale è il risultato di scelte ben precise perfezionate negli anni e comunque tutte indirizzate a favorire, in nome della produttività e della flessibilità, una parte ben individuabile della società, portatrice di interessi precisi ed antagonisti rispetto agli interessi di tutti coloro che per vivere hanno bisogno di lavorare e che rappresentano comunque la maggioranza della società.

È stato fatto notare che dal 1997 – dal cosiddetto “pacchetto Treu” legge 196/1997 (che ha aumentato la cosiddetta flessibilità in entrata) sono stati perfezionati  in materia del lavoro innumerevoli interventi legislativi:

Decreto Sacconi:  D. Lgs n. 368/2001 (lavoro a tempo determinato); Legge Biagi – Maroni: 30/2003 (Flessibilità, contratti a progetto); Legge Fornero: N.148/2011, cosiddetta “Manovra di ferragosto (sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità)”; Legge Fornero: 92/2012; Decreto Poletti: Legge 78/2014 “sui contratti a tempo determinato ed apprendistato”; ed infine il “Jobs Act”: Decreto Legislativo 81/2015, tutti finalizzati a perseguire una RIFORMA DEL LAVORO che ha di fatto e sempre più circoscritto e ridimensionato i diritti dei lavoratori, fino ad intaccare la dignità stessa del lavoro fino ad arrivare all’abolizione dell’art.18.

La constatazione surreale e tristissima è che:  a perfezionare tutto il percorso è stato quello che doveva essere un Governo cosiddetto  di centro–sinistra, riuscendo in ciò che nemmeno i governi di centro-destra erano riusciti a confezionare.

In nome di categorie ed istituti contrattuali quali FLESSIBILITÀ,  MOBILITÀ, CONTRATTAZIONE DI LIVELLO AZIENDALE E LAVORO A TERMINE, i cui ambiti di applicazione e le modalità di realizzazione sono stati sempre più ampliati (ultimo il famigerato Jobs Act)  sono stati  prodotti risultati esattamente opposti alle intenzioni dichiarate, provocando un aumento aberrante della PRECARIETÀ nel mondo del lavoro.

SE È VERO, come è vero, che ogni 100 contratti di lavoro – stipulati con tutte le agevolazione e gli incentivi previsti per legge – 96 sono a tempo DETERMINATO.

Le tipologie di contratto non sono affatto diminuite contrariamente a quanto era stato preventivato e promesso con l’approvazione delle riforma, fioriscono nuove forme di contratti atipici; è in aumento il ricorso sistematico all’utilizzo del contratto a termine, intervallato da finti periodi di licenziamento o da sottoscrizione di nuovo contratto a termine: per lo stesso lavoratore e per la stessa tipologia di lavoro. Purtroppo tutto ciò è inevitabilmente dovuto ad un uso “scientifico” di tutte le fattispecie contrattuali consentite dalle leggi recenti e manifestamente  favorevoli alle esigenze del datore di lavoro.

Il precariato (“risposta feroce contro la classe lavoratrice”)  è diventato il risultato più riuscito di tutto il percorso di riforme del lavoro che nelle intenzioni avrebbe dovuto favorire flessibilità, competitività, rilancio dell’occupazione ed invece ha prodotto un processo di impoverimento generalizzato del lavoro e di deregolamentazione del mercato del lavoro.

La  conseguenza è che il mercato del lavoro italiano è diventato precario ben oltre i livelli raggiunti negli altri paesi europei.

Con la cosiddetta “Manovra di ferragosto” – art. 8, D.L. 138/2011, conversione in  legge 148/2011, “sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità” – per esempio si è intervenuto su una materia molto sensibile quale la contrattazione di livello aziendale con l’obiettivo di farla diventare la sede centrale in cui si scrivono le regole del lavoro, sminuendo e delegittimando l’importanza fondamentale che hanno avuto e che possono continuare ad avere i contratti collettivi nazionali.

Infatti, siamo del parere che per talune tipologie di lavoro (in particolare pensiamo anche alle nuove forme di occupazione : mercato on line – consegne a domicilio –  forme più o meno definite di STAGES – tirocinio presso studi professionali, ecc.) si possa anche concepire il perfezionamento di nuovi contratti nazionali di categoria, non derogabili e validi per tutti i lavoratori, ai quali potranno essere garantiti uguali diritti ed uguali trattamenti retributivi.

A qualsiasi livello e latitudine.

Per dare un freno alla corsa al ribasso, alla guerra tra i poveri, alla discrezionalità del datore di lavoro pro-tempore od improvvisato o divenuto tale per legge: si pensi per esempio al professionista che accetta un tirocinante o ad un’azienda che riceve dei giovani per la realizzazione di progetti “scuola-lavoro” .

TORNARE INDIETRO SI DEVE ed il fronte egualitarista ha una connessione stretta e necessaria col lavoro. Il lavoro di fatti non rappresenta solo una forma di reddito, ma anche la garanzia di potere dell’individuo nei confronti del sistema: la democrazia è reale quando ognuno ha un ruolo importante sul collettivo in virtù di un contributo che offre, sia esso fisico o intellettuale, nell’industria, nel terziario o nel sociale.

Se, a fronte della robotizzazione,  ampi strati della popolazione fossero espulsi dal sistema produttivo senza essere assorbiti nel sociale e ricompensati con una mancia che garantisca i consumi, il potere reale starebbe in maniera pericolosissima nelle mani dei proprietari dei nuovi mezzi di produzione (le fabbriche ed i servizi robotizzati), in una società divisa tra padroni e consumatori dipendenti.

Noi non possiamo che ribadire il principio di lavoro come strumento di libertà politica ed emancipazione dell’uomo dal bisogno.

La piena e buona occupazione deve essere la nostra bussola primaria.

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  • Adottare la “Carta dei Diritti Universali del Lavoro” della CGIL come testo di riferimento per la riforma del mondo del lavoro, abolendo il Jobs Act e reintroducendo l’Articolo 18, riducendo drasticamente i contratti atipici (riducendoli a indeterminato, determinato, apprendistato, con le variabili di part-time) e limitando i voucher solo all’ambito familiare.

L’esplosione dei voucher  o “buoni lavoro” si inserisce in una dinamica sterile tesa al contenimento del costo del lavoro,  che lungi dal favorire produttività e competitività, ha agito nella direzione opposta, favorendo processi di sostituzione di lavoro stabile con forme di impiego precarie, prive di tutele ed a bassa qualificazione.

Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti: salario minimo orario per tutti i lavori non coperti dalla contrattazione collettiva, settimana di 35 ore a parità di retribuzione, pesante limitazioni sugli straordinari ed il lavoro nei festivi.

Una prospettiva storica di redistribuzione dell’orario di lavoro è quella tradizionalmente utilizzata in paesi come la Francia, in cui l’orario di lavoro è stato ridotto con un intervento legislativo volto ad accorciare la durata settimanale a 35 ore. In questo caso, la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro è stata accompagnata da un sistema di incentivi pubblici, che da una parte sosteneva le imprese con una riduzione fiscale sul costo del lavoro nel caso di assorbimento di nuovi occupati e dall’altro rendeva meno conveniente il ricorso allo straordinario e a prolungamenti dell’orario di lavoro. Si torna a parlare anche di solidarietà espansiva, tematica originariamente disciplinata dall’art. 2 della legge 863/1984, e rilanciata adesso in qualche modo dall’art.41 del D. Lgs 148/2015: con previsione di contratti di solidarietà espansiva correlati ad una sorta di “ricambio generazionalei cui effetti positivi sull’occupazione sono tutti da verificare.  

Dall’altro fronte maturano i tempi per nuove ipotesi,  finalizzate alla necessità di:

  • Lavorare meno, lavorare tutti. È il contenuto di una proposta di legge del giurista Piergiovanni Alleva, che propone di accorciare la settimana lavorativa per azzerare la disoccupazione, creando “un posto di lavoro in più ogni quattro occupati”.

Quindi «riduzione mirata, consensuale e incentivata», per «un posto di lavoro in più ogni quattro», con «contratti di solidarietà espansivi previsti per lavoratori di imprese non in crisi». È un Jobs Act reinventato. Con la Regione o con un sistema di incentivi pubblici che intervengono per compensare una quota del salario perso da chi accetta l’orario ridotto.

  • Ancoraggio dello stipendio medio aziendale allo stipendio più alto.

Questa è materia niente affatto opinabile: non è così difficile comprendere che la disuguaglianza così marcata nella retribuzione del lavoro non può che produrre ed incrementare disagio e tensioni sociali. Qualcuno ha fatto notare che se non proprio per esigenze di giustizia sociale UNA PIÙ EQUA DISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA rappresenta, dal punto di vista economico,  una necessità se si vuole per esempio rilanciare i consumi.

  • Abbassare l’età pensionabile a 64 anni e introdurre la pensione minima e massima.

È il vero problema, da dove passa anche il ricambio generazionale nel mondo del lavoro. Le pensioni sono materia nella quale può essere realizzata anche una nuova idea di salvaguardia del patto sociale: nessuno può essere lasciato così indietro da vivere in povertà gli anni della vecchiaia. La salvaguardia ed il mantenimento di evidenti privilegi a fronte di un elevato diffuso disagio economico non possono che aumentare la percezione di uno stato di disuguaglianza sociale che non giova certo alla democrazia ed alla partecipazione alla vita democratica.

  • Chi ha di più deve dare di più”:  introdurre una forte progressività fiscale sui redditi, patrimoni e pensioni.

Deve finire il tempo dei bonus indiscriminati: piuttosto che dare 500,00 euro anche ai figli dei milionari, diamo 1.000,00 a chi davvero può averne necessità (dice Bersani). Si torna inevitabilmente a parlare anche degli 80 euro ricevuti da chi – appunto per l’80%  – non ne sentiva la necessità. L’esenzione della tassa sulla prima casa, per esempio, estesa a tutti non è affatto operazione di giustizia sociale ma è solo propaganda e rappresenta l’apoteosi della disparità di trattamento nei confronti dei cittadini che dal punto di vista del reddito e della collocazione sociale e culturale non sono affatto uguali.

LA  GIUSTIZIA  DISTRIBUTIVA  NON  RICHIEDE  UNA  UGUAGLIANZA  DI QUANTITÀ,  MA SOLO DI PROPORZIONE.

Tra l’altro le riduzioni dei tributi che gravano sulle abitazioni erano già previste per legge e proporzionate al valore degli immobili ed ai redditi dei contribuenti.

Chi possiede redditi medio-alti e possiede immobili di valore non ha, non può avere, non deve avere difficoltà a pagare le tasse anche per la cosiddetta prima casa.

Anche perché, è giusto ribadirlo, ai bonus indiscriminati, alle finte riduzioni dei tributi e delle tasse, corrisponde sempre una diminuzione dei servizi e delle salvaguardie dello stato sociale.

*già pubblicato su mgs

Giuseppe Navarra

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