Consigli non richiesti al listone della sinistra

“Voglio un partito grande della sinistra in cui trovino casa, come è sempre stato, riformisti e massimalisti: un partito di cui non mi piacerebbe che Bertinotti fosse il segretario, ma di cui non c’ è ragione che anche lui non sia un militante. Pci e Psi se ne sono date di santa ragione ma erano figli dello stesso sangue, sono nati tutti dal partito che fu fondato nel 1892. Non sarò io la robusta contadina che venne data in sposa a Lorenzo de’ Medici per rinforzarne la stirpe. Ma l’Italia è piena di robuste contadine che aspettano solo un partito della sinistra unita per potergli dare il loro sangue” (Giuliano Amato, congresso DS, Pesaro, novembre 2001)

Il 3 dicembre, le principali organizzazioni della sinistra italiana si sono riunite a Roma per dare il via alla formazione della lista unitaria. Vorrei che questo nuovo esperimento sopravvivesse alle elezioni e portasse alla nascita di un partito unico, per quanto le battutine sulla “sinistra che si divide e litiga sempre” siano sciocche.

Non sono uno studioso di filosofia, per cui non cito il rasoio di Ockham e la pluralitas che non est ponenda sine necessitate. Mi limito a dire che i partiti sono comunità organizzate in cui i cittadini difendono le loro idee e i loro interessi assieme agli altri. Non si costruisce una comunità dividendosi in mille organizzazioni diverse, anche là dove se ne potrebbe fare a meno.

Un partito serio richiede un’elaborazione solida e tempi lunghi. La buona volontà non basta. In compenso, la razionalità consente di risolvere alcuni equivoci che impediscono non solo l’esistenza di un progetto unitario, ma addirittura la convivenza tra i militanti della sinistra.

Credo che la maggior parte degli elettori della nuova lista abbia obiettivi comuni: libertà dalla fame; libertà di espressione; parità uomo-donna e dignità delle minoranze (sessuali ed etniche). Chi sta nella nuova lista, in genere, condivide gli stessi fini: vogliamo quella che un tempo si chiamava “socialdemocrazia”. A questa condizione, si può e si deve stare insieme. Al contempo, non mancano le differenze sui mezzi che si vogliono utilizzare per raggiungere quegli obiettivi.

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1) Innanzitutto, è vero che tutti – a sinistra – inseguiamo la libertà e l’uguaglianza. E tuttavia questo obiettivo può essere interpretato in modi diversi. L’impressione è che, in questi anni, la sinistra si sia occupata (giustamente) degli “ultimi”: categorie discriminate e poveri. La sinistra vuole soltanto soddisfare i bisogni più importanti degli “ultimi”, o vuole anche assicurare un minimo di benessere materiale e di quieto vivere a tutti?

Nel secondo caso, la sinistra dovrà comunque riservare più sforzi a chi “non ha”, perché è più lontano da quel minimo; ma dovrà occuparsi anche di chi “ha” quel minimo, in modo che non lo perda mai. Nel secondo caso, la sinistra non potrà più limitarsi a garantire cibo e acqua, vestiti e case, o difesa contro l’emarginazione e l’intolleranza: dovrà far sì che ognuno possa godere di qualche piccolo “sfizio” in più rispetto alla pura sopravvivenza, e promuovere un modello di convivenza in cui nessuno (compresi quelli che non sono “ultimi”) si senta solo di fronte al mondo.

Più nello specifico, nel secondo caso, la sinistra dovrà quantomeno tentare di redistribuire a favore dei “poveri”, non più a svantaggio dei “medi” (come avvenne, per certi aspetti, ai tempi dell’Ulivo, salvo poi stupirsi quando i “medi” votarono in massa per Berlusconi), ma a sfavore dei “ricchi”, pur tenendo a mente tutte le difficoltà pratiche che ne conseguono.

2) Secondo l’art. 2 della Costituzione, la Repubblica riconosce i “diritti” inviolabili dell’uomo e richiede di adempiere ai “doveri” di solidarietà sociale. La sinistra vuole limitarsi alla difesa dei diritti, o vuole anche affermare la necessità dei doveri? Una parte della tradizione di sinistra, più libertaria, si concentra più sui primi che sui secondi, ed è quantomeno diffidente verso la sfera della responsabilità individuale, che nel linguaggio della destra si traduce con la necessità di “arrangiarsi” e rinunciare a ogni garanzia, e che a sinistra – all’opposto – consiste nel rispetto verso l’autorità dello Stato e nel lavoro (per chi può lavorare) come strumento per ottenere il diritto al benessere. Tra l’altro, mentre una parte (minoritaria, ma esistente) della sinistra invoca, interpretando a modo suo la dottrina marxista, la “liberazione dallo Stato e dal lavoro”, alcuni fenomeni della globalizzazione (delocalizzazione[1] e libero spostamento dei capitali) stanno effettivamente indebolendo il potere dello Stato, e probabilmente (anche se non certamente: mancano ancora numeri precisi in proposito) l’automazione potrebbe ridurre il numero di persone che lavoreranno. Quest’ultimo punto è particolarmente delicato: il lavoro, oltre che un dovere, è il mezzo che consente a ciascuno di noi di incidere e dare il suo contributo nella produzione di ciò che ci serve; la sinistra non può essere costretta a scegliere fra “sfasciare le macchine” e un mondo automatizzato in cui la persona umana (tranne qualche individuo molto bravo e talentuoso) non può più essere artefice del suo destino.

3) Il ruolo dello Stato nazionale nel mondo globalizzato è, forse, l’ambito in cui le divergenze sono più accentuate. Purtroppo, il dibattito si è spesso limitato alla partecipazione dell’Italia all’Unione Europea, che pure è una questione concreta e attuale: il fiscal compact e il patto di stabilità limitano fortemente la spesa pubblica degli Stati (necessaria al benessere di tutti); molti Paesi europei hanno adottato la moneta unica, senza prevedere un riequilibrio delle differenze fra Stati ricchi e Stati poveri. Ma fuori dall’Europa, l’economia (e quindi la politica) degli Stati nazionali resta vincolata a regole di dimensione mondiale: l’esempio più lampante è l’impossibilità di redistribuire la ricchezza, quando i capitali possono spostarsi liberamente da uno Stato all’altro.

Non si tratta di uscire o meno dall’Euro o dall’Ue, o – quantomeno – non soltanto. Tutti, a sinistra, sono consapevoli che nessuno Stato nazionale può restare isolato; che l’autarchia è svantaggiosa sul piano pratico e odora di un passato sgradevole dal punto di vista ideologico; che la collaborazione tra gli Stati e la pace nel mondo sono valori non negoziabili, e pazienza se queste parole suonano retoriche. In particolare, gli alleati naturali dell’Italia non possono che essere gli Stati europei, ai quali è unita da una cultura comune – che ha le sue radici nell’umanesimo rinascimentale – e che, tra l’altro, rappresentano gli unici in grado di difendere il modello socialdemocratico nel mondo (fuori dall’Europa esistono civiltà millenarie, fondamentali nella storia dell’uomo, che però non hanno mai conosciuto la socialdemocrazia).

D’altro canto, la sinistra deve valutare la sua posizione in merito alla sovranità nazionale. L’identità nazionale (che non si limita solo alla cultura o al folklore, ma implica l’esistenza di una comunità che desidera governarsi da sé) è da assimilare al razzismo e al nazifascismo? Oppure, al contrario, va riconosciuta e tutelata, dal momento che fa parte della vita di molte persone, naturalmente in equilibrio con il ripudio della guerra e dell’autarchia?

All’esistenza dello Stato nazionale è legata la difficilissima posizione da assumere in tema d’immigrazione. Tutti riconosciamo il diritto dello straniero a vivere in Italia, con la stessa dignità dei cittadini italiani. Per noi, è un diritto della persona umana, e ogni altra considerazione pseudo-utilitaristica è inutile. E pure, si può accogliere un numero indefinito di persone, in un Paese che dispone di una quantità finita di risorse naturali ed economiche? (Secondo me, la risposta è , ma allora quelle risorse vanno aumentate, per mezzo della spesa pubblica). E bisogna prendere atto dei problemi pratici (in tema di sicurezza, ma non solo) derivanti dall’aumento della popolazione residente, sapendo che non devono né possono essere risolti chiudendo le frontiere?

In sintesi, la famosa formula per cui “ciò che ci unisce deve essere più importante di ciò che ci divide” non può essere più sufficiente, semplicemente perché ciò che ci “divide” non può essere ignorato. In questo contesto, non si tratta di applicare la solita formuletta per cui “ci si scanna all’interno e poi si esce con una voce sola”: in una comunità non ci si “scanna”. La sintesi tra due strategie opposte potrebbe non essere realizzabile. In compenso, si può garantire la convivenza in un’unica forza, sulla base di valori comuni, anche di fronte a progetti molto diversi. A patto che si ritrovi lucidità, e che si imparino le regole del rispetto reciproco, da entrambe le parti.

P.S. La prima esigenza – e i primi segnali in questo senso sembrano incoraggianti – è il superamento della distinzione fra i “riformisti”, considerati a volte come “traditori del popolo”, e i “radicali”, ritenuti troppo “idealisti” e troppo poco “realisti”. In passato, i “riformisti” hanno sostenuto misure contrarie agli interessi dei lavoratori (il lavoro precario ai tempi del primo governo Prodi, la riforma dell’art. 18 e l’Imu su tutte le prime case nei mesi del governo Monti), ma hanno fatto abbondantemente autocritica. Al contempo, non si può accusare di “scarso realismo” ed “estremismo” chi si limita a non subire la realtà e ha il coraggio di immaginare un’alternativa: citando Vincenzo Salemme, “è un caso, solo un caso, che siano cadute le mie regole, e non le sue”.

[1] Per chi non segue la politica, una delle conseguenze più note della globalizzazione è lo spostamento della produzione (e dei capitali) verso quei Paesi in cui i salari (e le tasse) sono più bassi. Questo fenomeno rende difficile – se non impossibile – ogni redistribuzione in favore dei medi e dei piccoli.

Nicola Dessì

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