L’affaire EMA e lo stato della scienza in Italia

Sarebbe una facile tentazione, nell’udire la notizia che un crudele sorteggio ha definitivamente stabilito come nuova sede dell’EMA (l’importantissima agenzia comunitaria dell’Unione Europea per la valutazione dei medicinali) la città di Amsterdam, e non  Milano,  porre l’attenzione per l’ennesima volta sul fatto  che l’interesse  dell’Unione Europea negli anni è andato più volte a grave detrimento dell’interesse nazionale italiano, se per motivi contingenti o strutturali  è questione ampia e dibattuta che lascio ai più esperti. Ma non si tratta della questione che vogliamo in tal sede approfondire, quanto piuttosto delle dinamiche più propriamente culturali che stanno dietro al rigetto di una candidatura, come quella di Milano, che si presentava sulla carta molto forte e fortemente sostenuta in concerto da Comune, Regione e Governo (fatto non sorprendente, dato l’ingente indotto – 1.7 MILIARDI di euro l’anno  secondo una stima dell’Università Bocconi – che la scelta avrebbe riversato sulla città e sul sistema-Paese).

Se, come afferma quel noto euroscettico del Sindaco di Milano Beppe Sala, Milano è stata condannata dai giochi politici in seno ai paesi dell’Ue, oltre che dal beffardo sorteggio, non possiamo tuttavia ignorare il peso che un certo retroterra culturale ha avuto nel negare a Milano un più deciso sostegno tra i 27 Paesi europei. Si tratta della scarsa considerazione che la Scienza e la Tecnica nutrono nel panorama culturale italiano, il che ha un certo peso nei consessi internazionali quando si tratta di assegnare la sede di un ente decisivo nello stabilire il futuro europeo delle biotecnologie mediche (uno dei settori cruciali della scienza moderna e che ben giustifica l’ampio giro d’affari economico), ma anche, a ben vedere, nell’assegnazione dei Premi Nobel. Dal Nobel per la Medicina conferito a Rita Levi Montalcini nel 1986 si contano solo due Nobel Italiani (Riccardo Giacconi per la Fisica nel 2002 e Vittorio Capecchi per la Medicina nel 2007). Ma anche in questo caso si tratta di scienziati da lungo tempo naturalizzati statunitensi, la cui ricerca  e la cui vita si è svolta lontano dall’Italia di origine.

Proprio all’estero si concentra la maggior parte dei ricercatori italiani, un patrimonio non di rado di alto livello e qualità che farebbe pensare a un più elevato ritorno in termini di riconoscimenti internazionali.

L’ultimo caso clamoroso di un ricercatore italiano chiaramente snobbato nell’attribuzione dell’ambito premio è quello recentissimo del chimico Vincenzo Balzani, professore emerito all’Università di Bologna. Il premio Nobel per la Chimica 2016 è stato assegnato a Jean-Pierre Sauvage, Sir J. Fraser Stoddart e Bernard L. Feringa per gli studi sulle macchine molecolari. Il professor Balzani, accademico dei Lincei e tra i cento chimici più citati al mondo, è un riconosciuto esperto del campo e cofirmatario di importanti studi con due dei premiati. Ed è stato lui stesso a  indicare nello scarso peso politico della ricerca scientifica in Italia uno dei motivi dell’esclusione. Ad esso si accompagnano difatti una minore capacità di lobbying presso le istituzioni internazionali (rispetto a quello che fa ad esempio nel Regno Unito la Royal Society) e una minore considerazione da parte di quelle stesse istituzioni, restie a premiare chi già non gode di grande considerazione in patria. Considerazioni non dissimili si possono fare per la questione Ema, data l’importanza scientifica strategica dell’ente.

Molto è stato ripetuto, fino alla nausea, della questione economica relativa alla ricerca scientifica, della cronica mancanza di fondi e dell’impossibilità per molti ricercatori italiani di lavorare nel proprio paese. Qui si vorrebbe piuttosto porre l’accento sul retrostante clima culturale che è sfavorevole a monte all’attività scientifica. Quello stesso clima che porta qualunque ricercatore italiano che non lavori su malattie mortali o progetti ingegneristici di immediata smerciabilità a sentirsi rivolgere, con spiacevole ricorrenza, la fatidica domanda: “Sì, ma quello che fai alla fine a cosa serve?”. La scarsa considerazione sociale che è una delle cause (non certo l’unica) della difficoltà di fare e di remunerare la scienza in Italia, così come delle ripercussioni sull’industria ad alto valore aggiunto. Un paradosso tristissimo, che porta a far sì che risorse su cui si è investito tramite il nostro sistema formativo – di buon livello, checché se ne dica – vadano a beneficiare chi meglio, tra i Paesi esteri, è in grado di intercettarle.

Un clima culturale infine per cui invano si cercherà un unico imputato nella scarsa lungimiranza della classe politica e intellettuale (anche se forse a questi ultimi, umanisti e scienziati, non nuocerebbe ammettere che il riconoscimento culturale non è un gioco a somma zero) o nella scuola di Giovanni Gentile. Ma che richiede il potente dispiego di ogni mezzo disponibile (e qui è inutile negarlo, l’investimento economico in primis) per evitare ulteriori smacchi, ma soprattutto per non lasciare che vadano disperse energie che GIÀ abbiamo, e che sono irrinunciabili per lo sviluppo futuro del Paese.

Filippo Cola

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