I lavoratori prima di tutto

Appunti sparsi per una parola in cerca di senso

“Cosa vuol dire Sinistra?” Chiedeva Fabio Fazio nel Novembre del 2010 a Pierluigi Bersani, in una famosa intervista doppia con la Destra, degnamente difesa da Gianfranco Fini. L’allora segretario del PD rispose, parafrasando, che la Sinistra è quella cosa che guarda il mondo con gli occhi dei più deboli. Ne fui entusiasta. Qualche anno dopo mi accorsi, ripensando a quelle parole, che erano piene di un insopportabile paternalismo: la Sinistra non può che essere quella cosa che esiste perché i più deboli possano guardare il mondo con i propri occhi!

Nessuno (diffidate anche di chi vi scrive) è titolato a parlare a nome di chi lavora per vivere. Nessuno, se non i lavoratori stessi, può rappresentare le loro aspirazioni e i loro bisogni. Nei frammenti delle vertenze sindacali al ribasso, nei rigurgiti nostalgici, nelle assemblee tra addetti ai lavori, nelle politiche neoliberiste dei governi D’Alema, Prodi e Monti, che hanno ridotto all’osso la Sanità, la Scuola, i diritti del Lavoro, la parola Sinistra ha smarrito il suo significato, associandosi alle facce più distanti dal conflitto sociale: burocrati tristi, intellettuali senza spina dorsale, animali da salotto e giovani arrivisti di buona famiglia in cerca di un posto al sole.

La Sinistra è quella cosa che ha senso solo perché ogni Lunedì, all’alba, un esercito di muratori scende dai caseggiati popolari e aspetta sul ciglio della strada di vendere la schiena nei cantieri, magari al Nord Italia, lontani da casa giorni interi, per una paga che non basta a mandare avanti la famiglia. Perché ogni domenica migliaia di commessi vengono deportati nei centri commerciali, per rinunciare agli affetti e al riposo. Perché per quindici euro al giorno c’è chi consegna pizze a domicilio in pieno inverno, sotto la pioggia. Perché per venticinque euro qualcuno scende da casa per servire ai tavoli, qualcun altro per dimenticare la luce del sole, dopo dodici ore passate in cucina, come nelle miniere di carbone. Perché nel terzo millennio si può assistere ancora alla scena dei caporali che misurano le braccia e caricano sui furgoni i raccoglitori di patate, come se la schiavitù non fosse stata abolita mai. Perché chi sta male non se la prende più con chi sta meglio ma con chi sta peggio, nonostante in media un essere umano su dieci detenga indisturbato la stessa ricchezza di tutti gli altri nove decimi messi insieme. Perché dopo centinaia di concorsi e supplenze, qualcuno che sognava di insegnare riesce a vedere nel futuro nient’altro che un nemico: “Ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli” cantava Pasolini nell’ode alla bandiera rossa, che all’epoca stava sbiadendo e che oggi è diventata completamente bianca.

Abbiamo assistito per anni alla formazione di piccoli e piccolissimi partitini, movimenti, gruppi parlamentari, associazioni, correnti, mozioni, che facevano riferimento alla parola Sinistra. Tutte le élite post-comuniste sopravvissute alla Prima Repubblica, si sono associate in piccole sette, per partecipare – nella migliore delle ipotesi – al banchetto delle destre. Mentre nel resto d’Europa si scorgono i primi timidi successi dei partiti di ispirazione lavorista, come Podemos, Labour, Syriza, dalle nostre parti nessuno sembra aver compreso le ragioni della loro popolarità. Si tratta di esperienze costruite dall’alto ma contemporaneamente anche dal basso, dove il nodo centrale è il protagonismo della classe lavoratrice, degli studenti, dei disoccupati. Non basta essere persone per bene per “cambiare”, che significa ribaltare i rapporti di forza esistenti nella società, ma è necessario essere le persone che le disuguaglianze le subiscono. Non c’è bisogno di un leader per la Sinistra, ma di un vocabolario nuovo, fatto di parole che appartengano al senso comune degli ultimi, di luoghi in cui incontrarsi e associarsi, di reti in cui condividere le proprie esperienze, i propri mezzi, le proprie gioie e i propri dolori. C’è bisogno di feste, simboli e rituali per celebrare le proprie tradizioni e rivendicare il proprio ruolo nella Storia. C’è bisogno di una grande organizzazione che distribuisca ai lavoratori gli strumenti culturali per condurre la lotta per i diritti di propria iniziativa e non per conto terzi o su gentile concessione di qualcuno.

Ad Afragola questa necessità si avverte con ancora maggiore urgenza, viste le disuguaglianze drammatiche che ne ostacolano e ne deviano lo sviluppo: lo strapotere della criminalità organizzata non si fonda sulla violenza ma sul consenso, perché sfrutta la disoccupazione e offre lavoro e ammortizzatori sociali agli affiliati. Molto prima delle prossime elezioni, e subito dopo, bisogna dire agli edìli, agli impiegati della grande distribuzione, ai garzoni dei bar, ai camerieri, ai centralinisti, agli studenti, ai disoccupati, ma anche ai contrabbandieri di sigarette, che scendono pure a lavorare per una paga misera, che esiste una forza inarrestabile, capace di cambiare ogni cosa: la loro unità. Noi della Sinistra che fu possiamo soltanto essere il lievito, ma non più i protagonisti di questa svolta necessaria.

Giuseppe Cerbone
(Intervento pubblicato lo scorso 18 novembre su «Dodici pagine» di Afragola)

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