Lo Stato neoliberale

Relazione all’incontro su “Lo Stato nella globalizzazione” 

promosso da I Pettirossi, ArtUno e a Sinistra, Milano 21 ottobre 2017

di Salvatore Biasco

Introduzione

Questa conversazione è un excursus sulle caratteristiche costitutive dello Stato neo-liberale e del suo modo di interpretare l’ambito e le modalità di azione dei poteri pubblici. Mi atterrò strettamente al tema, lasciando da parte la genesi di questo Stato e le sue conseguenze in termini sociali (quali le diseguaglianze o altro). Ovviamente, mi riferisco alla forma pura di quelle caratteristiche costitutive nella consapevolezza che essa è sempre mediata dal processo democratico, che può alterarla in molti dettagli. Tralascio anche le direzioni che stanno prendendo i (timidi) ripensamenti.

Due messe a punto preliminari

   Premetto due correzioni nei giudizi che ricorrono spesso sullo Stato. La prima ha a che fare con la “morte dello Stato nazionale”. È vero che la globalizzazione ha sicuramente denazionalizzato molti processi economici e politici, che la mobilità dei capitali e la forza delle multinazionali hanno creato vincoli, che la cessione di sovranità in sede europea determina, nel prevalere di un indirizzo europeo o di un altro, le condizioni entro le quali si svolge la politica economica e si definisce la filosofia dalla quale ogni singolo paese (europeo) è investito (il che determina un importante campo di battaglia). Tutto vero: lo Stato nazionale ha certamente perso molti strumenti ed efficacia di azione e trova molti indirizzi etero determinati. Ma non è morto e conserva ancora importanti prerogative  (dalle funzioni amministrative al modo di concepire la rappresentanza, ai criteri di tassazione, alla regolazione dei beni pubblici, all’allocazione della spesa, al tipo di compromesso sociale, oltre che ai temi della sicurezza, dell’immigrazione e delle micro costruzioni sociali, ecc),  Esso mantiene la responsabilità ultima della tutela della collettività e dei suoi componenti e quindi  il potere di determinare l’ambito della sfera pubblica e degli indirizzi discrezionali di intervento. In quell’ambito sono in gioco le capacità innovative e l’equilibrio sociale.

     La seconda precisazione riguarda proprio lo Stato neoliberale. La rivoluzione di pensiero che lo ha plasmato non ha portato a un suo smantellamento, né lo ha trasformato in una sovrastruttura dell’economia (come i liberali classici pensavano dovesse essere), né ancora ha fatto passare a un capitalismo disorganizzato. Lo Stato neoliberale non rinuncia al suo potere nell’economia né a una politica pubblica, ma tende a rendere quest’ultima il più possibile automatica nella convinzione che qualsiasi decisione rimessa a una discussione politica e alla discrezionalità dei processi democratici interferisca con l’autonomia dei soggetti economici e provochi inefficienze. La forza dello Stato deve essere riorientata, non smantellata, e diretta verso lo sviluppo dei mercati per creare il maggior numero possibile di situazioni di concorrenza (dalla sfera pubblica a quella privata, a quella individuale).  Lo Stato neoliberale è costruttivista. L’ambito che gli appartiene è in primis quello di determinare attivamente le condizioni di successo per l’azione privata, lasciando al comportamento degli agenti nel mercato il compito di condurre alle finalità desiderate. Saranno gli animal spirits che si scatenano in un contesto di mercato concorrenziale (e il più possibile liberato dalla vischiosità che crea la sfera pubblica) a dare impeto al motore dello sviluppo. 

    Tutto ciò è noto e scontato. Ciò che lo è meno è che questo Stato è tutt’altro che leggero; è pesante, burocratizzato, dominato dalle tecnocrazie, impositivo. Se le decisioni politiche devono essere prese fuori dalla pressione popolare proliferano Agenzie, istituzioni di valutazione, strutture di controllo, organi di implementazione e uffici speciali. Non è un caso che nessun governo – neppure quello del Regno Unito (dove si contano 101 Agenzie) – ha avuto successo nel frenare la spesa pubblica. Materie che una volta erano prerogativa della politica vengono poste, con la giustificazione della crescente complessità, nelle mani di organismi tecnici che non sono depositari della rappresentanza. Il che è talvolta strumentale o a isolare la politica economica dalle influenze che può subire attraverso la volontà popolare o a far digerire scelte (apparentemente dettate da condizioni oggettive) che sarebbe difficile implementare altrimenti.

Quattro caratteristiche costitutive

Questo Stato ha caratteristiche intrinseche che si sviluppano in (almeno) quattro direzioni:

1)  La   figura di riferimento cambia. Dissolta la missione di integrare i cittadini, dotarli di strumenti politici e diritti e di consentire la partecipazione, la figura di riferimento di questo Stato, nonché il destinatario ultimo della sua azione, diventa il consumatore; non è più il cittadino. E, quindi, le persone vanno dotate di strumenti economici. Lo Stato si limita ad informare in merito ai risultati di mercato (con i suoi parametri, agenzie di valutazione e con l’apparato burocratico già citato) e sarà poi il singolo a scegliere al meglio (scuola, ospedali, fondi pensione, fornitori di servizi sociali, o altre alternative che gli vengano poste in vari campi). In questo modo, gli individui sono spinti ad accettare situazioni di mercato come unica regola del gioco. Beninteso ciò risponde a una domanda differenziata e personalizzata di servizi sociali, che fa parte dell’evoluzione della società. Ma, allo stesso tempo, partendo da questo, si instaura un processo che sollecita gli individui ad assumere una mentalità contabile fatta di convenienze individuali e di calcolo di costi e benefici, nonché a internalizzare la logica della concorrenza e pensare se stessi come portatori di capitale. Il principio non è mai cooperativo, o diretto a creare legami sociali, ma concorrenziale e individualizzato: è quello dell’intera società.      

2) La logica della concorrenza deve informare la stessa organizzazione burocratica dello Stato al suo interno, trasformando la natura della Pubblica Amministrazione. Il New Public Management diventa la regola indiscussa di organizzazione dello Stato. Si tratta dell’introduzione nell’amministrazione pubblica di ambiti concorrenziali e criteri quantitativi che simulano il mercato, con la sua organizzazione e valutazione di performance. Quella dottrina presuppone un’amministrazione spezzettata in missioni separate che affidano il raggiungimento degli obiettivi a manager (o facenti funzione), sottoposti al pungolo della concorrenza e della valutazione (quantitativa). Con risultati da un lato prevedibili di demotivazione delle burocrazie e di perdita della loro caratteristica intrinseca di baluardo della statalità e dall’altro molto scadenti in termini di efficienza, di riduzione di costi e di indipendenza dalla politica.

    D’altra parte il presupposto è che il funzionario sia un agente razionale che agisce solo per incentivi materiali. E quindi su questi ultimi occorre fare affidamento e tutto confluisce nella svalutazione del senso dell’azione pubblica. Quando i processi politici non presuppongono più né mirano a un corpo solido di servitori dello Stato, – come intelligenti esecutori delle politiche e dotati di una spirito pubblico consolidato – diventa praticamente irrilevante ogni motivazione riferita all’identità professionale, all’interesse generale, al senso del dovere, ai valori collettivi. Come esempio, da noi le riforme della P.A (compresa l’ultima) trovano la loro ragion d’essere in elementi disciplinari per la dirigenza pubblica e il personale.

3)   Questo Stato assume che sia meglio che le grandi decisioni pubbliche siano lasciate fuori dall’ambito delle burocrazie e affidate alle imprese private. Sarà il controllo che sul comportamento delle imprese esercitano gli investitori istituzionali, le banche, il capitale internazionale, gli azionisti (che chiedono più valore e dividendi), a spingerle nella giusta direzione nelle loro convenienze private e, per definizione, sociali. E quindi si chiede al mercato finanziario di assicurare che siano selezionate le imprese migliori, valutando assieme profittabilità, scalabilità, governance, qualità dei manager ecc. E, conseguentemente, si vara tutto il corredo normativo affinché questa selezione sia assicurata (rendicontazione a breve, norme pro scalata, stock option, ruolo degli investitori istituzionali, incentivi fiscali; il che si unisce a un processo che incentiva i manager a una performance di breve periodo). L’infrastrutturazione normativa deve anche accompagnare nello stesso senso il sorgere di nuovi mercati e di tipologie diverse di operatori nella galassia finanziaria.

    L’impresa non è più vista come un agente in un processo cooperativo e coordinato che la qualifica come bene sociale, soggetto quindi a responsabilità sociale; un agente delegato al compito – sia pur con stimoli di guadagno- di raggiungere un interesse collettivo, di occupazione, produzione, progresso tecnico, stabilità all’interno di un presidio/sorveglianza/ausilio/supplenza da parte dello Stato nello svolgimento di tale ruolo. Essa è vista, invece, solo come un insieme di contratti individuali in un ambito privatistico. Il suo ruolo sociale si esaurisce nei profitti che crea e nella salute di cui gode, di cui beneficia una vasta gamma di agenti (e il Paese nel suo complesso). Lo Stato deve solo curare che ciò avvenga. Nella visione semplificata che prevale, dentro e attorno di essa si risolve tutta la complessità della società, perché in essa agiscono tutti soggetti cointeressati (come se tutti avessero – o fossero messi in condizione di avere – gli stessi poteri condizionanti). Ciò che basta e avanza è che essa sia in grado (o messa in grado) di adempiere la sua missione, di “creare valore”. Il resto si risolve da sé.

4) Il presidio del diritto nei confronti del comportamento degli attori economici lascia il passo all’autonomia dei soggetti, supposti in grado di autoregolarsi e condurre – liberi da interferenze – ai risultati ottimali e più efficienti per l’economia. La lex mercatoria che si afferma presuppone un diritto soft nel quale è la norma ad adattarsi alle esigenze del mercato piuttosto che viceversa. Quindi il principio dell’interesse pubblico arretra a vantaggio di una visione privatistica dei rapporti (in primo luogo, economici) definiti sul mercato attraverso il contratto. Allo Stato spetta garantire il rispetto di questi ultimi, delle pretese, dei diritti di proprietà e varare le norme che i mercati richiedono o di cui hanno bisogno, nonché predisporre le opportune deregolamentazioni.

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      Se la fonte del diritto è il contratto, anche il rapporto di lavoro sempre più si definisce sul mercato, spesso in termini individualizzati. Il diritto del lavoro non è più unitario, né le tutele legislative fissano principi immutabili, ma sono sempre derogabili o soggette a revisioni che affidano le norme all’autonomia privata.

     Di fronte ai nuovi rapporti di forza e al rafforzamento che dà loro la globalizzazione, i soggetti economici più forti sono in grado, oltre che di forgiare le norme, di catturare il regolatore, il quale, a sua volta, non è espressione neutra rispetto alle esigenze del mercato.

    Il tutto si intreccia con un processo normativo che fa affidamento sull’economia dell’offerta (forse è una quinta caratteristiche e forse può essere fatta rientrare qui).  A quei rapporti di forza, le nuove costrizioni esterne indotte dalla globalizzazione e la perdita di legittimità dello Stato nell’esercizio di un orientamento discrezionale spingono l’azione pubblica a prendere in considerazione solo direzioni che assecondino le richieste di libertà del capitale privato dall’interferenza con altre logiche, o, come si dice, creando condizioni business friendly. L’imperativo alla competitività, al progresso tecnico e a garantire le molle dell’accumulazione dà ora, nella competizione globale, una forza irrobustita al potere economico per dettare l’agenda della politica economica (e, per derivazione, della politica tout court); forza che usa verso tutto ciò che è percepito come ostacolo alla competitività (politiche redistributive, tassazione, protezione del lavoro, vincoli normativi, proprietà pubblica, logiche non di mercato, ecc.). Una forza, che doveva precedentemente fare i conti con poteri controbilancianti.

   La prima vittima della perdita di legittimità dell’intervento discrezionale è la piena occupazione, che sparisce dalla missione di questo Stato. Se allo Stato spetta solo predisporre nella sfera microeconomica le condizioni ritenute necessarie a innalzare il potenziale di crescita (condizioni di flessibilizzazione, competizione, apertura, affidamento ai privati delle decisioni produttive e rimozione degli automatismi di spesa sociale, e simili) l’occupazione è affidata a ciò che si ritiene debba scaturire spontaneamente da queste politiche, supposte miracolistiche.

   Ovviamente vi sono anche altre caratteristiche costitutive dello Stato neoliberale, ma penso che possano essere fatte rientrare in qualcuna della quattro portate in evidenza. Quello che va sottolineato è l’apparato teorico, concettuale, culturale imponente che interviene a convalidare e promuovere questi indirizzi e capace di conquistare opinion leader, media, personale tecnico e burocratico, centri di elaborazione culturale, oltre a essere dominante e pressoché esclusivo nell’accademia. Ma su questo non sosto.

Il welfare

    Ciascuna delle caratteristiche portate in evidenza andrebbe approfondita. Poiché ciò non è possibile in questa sede, mi fermo solo su due punti della responsabilità pubblica che cambiano con lo Stato neoliberale: il welfare e il ruolo e missione dell’impresa pubblica.

     La fornitura di beni pubblici, quella che impatta sulla questione sociale rientra nello schema generale che prevede che lo Stato sia il più possibile sottratto da compiti di produzione e riduca la sua rilevanza in molte funzioni. Queste funzioni sono ora in gran parte privatizzate, esternalizzate o sottoposte comunque a criteri di efficienza e profittabilità mutuati dal mercato (anche quando non si prestano a essere quantificati). Quale efficienza?  Senza eccezioni consiste nella minimizzazione di costi. Poca attenzione è data al fatto che essa, quando misurata sulla base individuale dei singoli servizi prodotti, è compatibile con outsourcing, stipendi infimi, tempi di lavoro eccessivi, politiche antisindacali ecc. Le gare si svolgono al massimo ribasso. Nessuna attenzione, poi, è data al fatto che il criterio di efficienza percepito in ambito privato non necessariamente collima col criterio di efficienza pubblica. Questa non si misura solo in termini di bilancio (pur dando il giusto peso all’economicità dei servizi), ma ha a che fare con una pluralità di obbiettivi (e, al limite, col sistema Paese), che possono giustificare (ovviamente non in modo pregiudiziale) maggiori costi. Pensiamo ad esempio alle esternalità in formazione, ricerca, riequilibrio territoriale, integrazione di aree disperse, che possono svilupparsi come sottoprodotto di tante attività pubbliche, a beneficio del Paese. Per capirci meglio, immaginiamo due modelli per i servizi di cura alla non autosufficienza. Uno che li affida alle famiglie, con sgravi fiscali e voucher specifici, giustificato dal fatto che “costa poco” (anche se non si calcola il costo degli apparati regolatori e di controllo). È la via dell’assistenza domestica seguita in Italia. L’altro affidata a strutture pubbliche, che comunque consenta vita sociale alle famiglie, scambio di informazioni e esperienze, possibilità di carriera per chi ci lavora.

    Questo non vuol dire che sia indifferente il raggiungimento di economicità ed efficienza nelle funzioni e nei servizi pubblici, ma dentro una visione dei benefici e costi complessivi per l’economia e la società (da giustificare sempre ex ante e mai razionalizzare ex post); dentro la creazione di capitale sociale e relazionale, nonché una accettabile definizione a priori della platea dei beneficiari, una copertura estesa dei rischi sociali. La regolazione dei settori connessi al welfare non è una risposta a tutto ciò se diretta in primo luogo – in un ambito di concorrenza nel mercato o per il mercato – a garantire l’agibilità al capitale privato.

    Appartenendo l’erogazione di beni e servizi per fini comuni all’ambito della cittadinanza, è cruciale quella fiducia che lo Stato genera in quanto garante e responsabile della vita collettiva. Affidando ai privati il perseguimento dei fini o cercando la mediazione del mercato nella soddisfazione dei bisogni sociali e dei servizi pubblici (o, peggio, lasciando decadere questi ultimi per qualità, copertura e spirito di servizio) lo Stato perde parte della sua legittimazione. Toni Judt dà un’idea illuminante di ciò che avviene, in una frase che occorrerebbe scolpire

     Se ci trovassimo a che fare unicamente o prevalentemente con agenzie private, non potremmo che diluire nel tempo la nostra relazione col settore pubblico per il quale non troveremmo una manifesta utilità. Non importa se il settore privato fa le stesse cose, meglio o peggio, a più alti costi o a più bassi costi. In ogni caso si riduce la nostra adesione allo Stato e si perde qualcosa di vitale che avremmo dovuto condividere – e in molti casi eravamo abituati a condividere – con gli altri cittadini […]. Tra lo Stato e i cittadini non vi sarebbero conseguentemente istituzioni intermedie e luoghi di adesione: niente rimarrebbe della ragnatela di servizi e obbligazioni reciproche che legano i cittadini l’uno all’altro in virtù di una spazio pubblico che occupano collettivamente. Ciò che rimarrebbe sono persone private e grandi imprese che cercano collettivamente di catturare lo Stato a proprio vantaggio» (traduzione mia). Cfr T. Judt, What is living and what is dead in Social Democracy?, in “The New York Review of Books”, Dicembre 17, 2009.

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         Al di là dell’irruzione di una presenza privata, la filosofia che accompagna questa revisione dello statuto del welfare è quella di promuovere le capacità individuali a farsi da sé con il proprio lavoro (come se formazione e politiche attive fossero sufficienti a garantire da sole un’opportunità di lavoro e, per giunta, di buoni lavori, che affranchino dal welfare). Èquella, ancora, di rispondere a una domanda differenziata (che è il limite del vecchio welfare), di educare a scegliere e responsabilizzarsi, di ridurre i costi, riducendo la platea dei beneficiari. In assenza di diritti sociali precisi e di servizi da garantire obbligatoriamente sono gli stanziamenti a determinare i beneficiari (senza limite al quale bisogna fermarsi) piuttosto che viceversa.  Il concetto ricorrente è eguaglianza di opportunità (come se le opportunità possano essere colte da tutti). Dopo di che, in questa filosofia: che la corsa si svolga! E chi sa correre corra (come se condizioni di partenza o della corsa fossero le stesse per tutti). L’assistenza è riservata solo a coloro che nonostante gli sforzi non ce l’abbiano fatta a superare certe soglie.

     In questa svalutazione del senso di servizio pubblico e dell’idea di cittadinanza, diventa fuori portata del nuovo welfare coltivare il registro dell’appartenenza a una comunità più ampia e dell’identità collettiva a scala urbana, regionale, nazionale e europea, né ha valore sviluppare e perseguire, attraverso il welfare, solidarietà, cooperazione, modelli partecipativi e di condivisione, erogazione di beni relazionali che favoriscano la pratica della cittadinanza.

        Soprattutto il welfare perde parte del suo carattere universalistico. Si frammenta. Lo vediamo da noi anche oggi con la diffusione del welfare aziendale, favorito fiscalmente, che, per quanto è bene ci sia in mancanza di altre opportunità salariali, è iniquo e crea un welfare categoriale. Qui in Lombardia lo vediamo con la distruzione della sanità pubblica, sostanzialmente affidata a un settore privato accreditato.

L’impresa pubblica

    Trovare la ragion d’essere dell’impresa pubblica nel potere controbilanciante nel mercato o come strumento della politica economica – col compito di mantenere elevati gli investimenti, assicurare una concorrenza, partecipare a un riequilibrio territoriale delle produzioni, rispettare i doveri fiduciari e, in generale, prendere decisioni con una visione del sistema Paese e, perché no?, realizzare un equilibrato e moderno sistema di relazioni industriali – diviene, da un certo momento in poi, una mistificazione della realtà, che finisce per giustificare ineconomicità, perdite di opportunità produttive, distorsione del mercato, perdita di benessere collettivo. A tutto tondo, la conduzione pubblica è, senza possibilità di appello, sinonimo di invasività della politica, carico di compiti non commerciali, cordate politiche cui i manager si connettono. Si tirano in ballo interpretazioni ispirate all’individualismo metodologico, in cui l’istituzione non viene più distinta dalle motivazioni e dalle ambizioni dei manager e dei singoli controllori istituzionali (che deviano da logiche di profitto massimizzando la propria rendita politica, consista essa nel prestigio, nei rapporti interni o esterni all’impresa, nel mantenimento del posto, nei vantaggi relazionali, nella rielezione, ecc). È rendita di posizione anche quella che gli stessi lavoratori traggono dall’appartenenza dell’impresa alla sfera pubblica, dove si dà per scontato che abbiano retribuzioni privilegiate e maggiore stabilità di impiego.   

      Se tutto ciò che è dentro la sfera pubblica è per sua natura inefficiente, l’immissione nel libero mercato di imprese in mano pubblica è destinato a generare automaticamente concorrenza, e quindi aumenti di produttività, decisioni efficienti e profittevoli, riduzione delle tariffe.  La concorrenza è ciò che basta e avanza come stella polare della politica economica.

     L’impresa statale o municipale perde qualsiasi connotazione positiva avendo perso una missione da compiere. D’altra parte, quella missione aveva (e ha) rilievo in una visione strategica che la ricomprenda attraverso progetti di investimento e prospettive di lungo periodo, ma se tutto ciò è rarefatto (se non assente), si capisce anche che l’unica strategia che si impone naturalmente è quella di porla all’interno dello scrutinio del mercato che governa ora lo statuto dell’impresa privata. E ciò richiede l’affrancamento dall’orbita pubblica (quanto meno la societarizzazione). Diventano assiomi che lo scorporo sia meglio dell’integrazione verticale, la liberalizzazione meglio dell’adesione a forme di controllo, le reti meglio se separate dal gestore del servizi, la gerarchizzazione e comando nella conduzione dell’impresa meglio del compromesso interno con gli attori del processo produttivo.

       Sono tutti convincimenti che rientrano nel disfavore verso lo Stato imprenditore, e che ignorano il flusso compatto di evidenze empiriche (compresi gli studi del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale) che non arrivano a prove di una differenza in termini di efficienza o di altri indicatori tra imprese pubbliche e private, anzi concludono che “non si può dare per scontato il fatto che i partenariati pubblico-privato siano più efficienti rispetto ai servizi forniti da enti pubblici e con investimenti pubblici”. Conclusioni non isolate, ma simili a quelle di tanti altri studi autorevoli riferiti sia al settore delle utility che ad altri con presenza pubblica. Senza contare poi che tanti successi dell’impresa privata hanno alla base ricerca pubblica.

      Anche nell’esame a distanza di tempo dal loro passaggio di proprietà, la performance delle imprese privatizzate non corrobora nessuna delle ipotesi con cui sono state poste sul mercato. Non sono convalidate le aspettative di maggiori investimenti e produttività, Né vengono verificati i vari assunti (ad esempio che le retribuzioni incorporassero rendite dei lavoratori, quando l’evidenza empirica le rileva inferiori a quelle private o per lo meno non registra differenze di scarti tra il pre e il post privatizzazione, nonostante l’indebolimento dei sindacati). È documentata ormai, pur con distinzioni che vanno fatte per singoli casi, la perdita che avviene con le privatizzazioni di occupazione – oltre che di investimenti e di centri di ricerca (sacrificati allo short termism delle logiche imprenditoriali private che richiedono taglio dei costi). In più peggiorano la durata e le condizioni dei rapporti di lavoro.  Dove vi è stato incremento dei profitti, è derivato dalle rendite monopolistiche trasferite ai privati per incentivarli all’acquisto, dal flussi di cassa garantiti e dalla successiva cattura del regolatore, oltre che dalla delocalizzazione e dalle tariffe riconosciute. Nemmeno la qualità del servizio e la soddisfazione degli utenti è migliorata (sono sempre studi specifici che parlano). L’alienazione di quei cespiti non ha neppure beneficiato il bilancio pubblico sia in termini attuariali (flusso di dividendi persi rispetto al flusso di interessi risparmiati) sia in quelli di consuntivo tracciato a alcuni anni di distanza dalla loro vendita.

      Non si tratta di impressioni – lo ripeto – derivate da un pregiudizio ideologico, ma di conclusioni di una letteratura specifica (che cito in un mio articolo su ItalianiEuropei ma che non posso riportare qui). Per tutti, si vedano per l’Italia gli impietosi rapporti della Corte dei Conti.

     Ritengo utile citare come emblematico l’esempio di Poste Italiane, una privatizzazione (sia pur parziale) avvenuta tardivamente, neppure nel fuoco del grande favore che hanno goduto le privatizzazioni. È un esempio di una logica più stringentemente privatistica che si impone prima che la classe politica (attuale e passata) si sia chiesta come utilizzare questa impresa sui generis in una strategia per il Paese. Combinando sportelli (13.000), consegna, rete informatica (che è la seconda in Italia), logistica, telefonia e altro, Poste presenta sinergie ideali per i progetti di e-government e di informatizzazione dell’Amministrazione Pubblica e per l’obiettivo di allargare il ventaglio della comunicazione tra la Pubblica Amministrazione e i cittadini (con un indirizzo elettronico che era in grado di assegnare a 20 milioni di famiglie, la dematerializzazione dei documenti, le funzioni front office della P.A. per servizi intermediati su base informatizzata, la telemedicina, la diffusione del wi-fi su scala nazionale, ecc). Poste Italiane, inoltre, poteva essere ripensata dal suo azionista pubblico, in sinergia con Ferrovie, per creare un player importante nella logistica industriale.  

    Resta difficile capire cosa i privati possano apportare. Una più stringente logica di mercato? Più controllo e efficienza? Capitali? Idee di sviluppo, know how?  Sembra rintracciare nell’apertura ai privati una cogenza di queste presunzioni di principio, comuni a tutte le operazioni di privatizzazione. Meglio allora sarebbe stato in questa prospettiva che quell’apertura fosse stata verso un partner di dimensioni equivalenti (anche estero) capace di apportare logistica o altre attività complementari.

     Si può obbiettare che l’impresa rimarrà saldamente in mano pubblica. Ma questo non fa credere che il suo assoggettamento alle logiche di borsa e di “creazione di valore” ne lasci inalterata la natura (il “buon giorno” nel ripiegamento da una vocazione sociale, che va dalla riduzione dei giorni di consegna, al piano di riduzione sportelli, all’annuncio di una generosa politica di dividendi, allo sviluppo nel business delle gestioni patrimoniali). Né lascia inalterata la mentalità aziendale; non ultimo, quel patrimonio costituito dall’orgoglio di appartenenza dei suoi dipendenti (non spiegabile altrimenti se non come gratificazione di lavorare in una struttura avvertita come pubblica), che ha garantito nel bene e nel male, un quarto di secolo di pace sindacale, nonostante le basse paghe, i ritmi elevati, le valutazioni cui è sottoposto il personale e le concentrazioni di personale lavorativo che favoriscono il conflitto.

Per chiudere

Ma tant’è. Nello Stato neoliberale i precetti sono talmente radicati, le caratteristiche basilari talmente internalizzate nelle percezioni correnti, le prassi consolidate, la cultura che lo correda  talmente diffusa che ogni giudizio controcorrente, ogni proposta di impostazione politica dei problemi che non sia dentro l’ortodossia accettata, ogni pretesa alternativa di caratteristiche costitutive dello Stato deve farsi largo attraverso un’opera di controcultura, di informazione corretta e di analisi che rimetta le lancette al loro posto contro l’a priori ideologico e la convinzione che è dato non abbia alternative.

Salvatore Biasco è professore di Economia internazionale. Ha studiato a Roma e Cambridge e insegnato a Modena e Roma. Già Vice Presidente della Società Italiana degli Economisti e premio Saint-Vincent per l’Economia, è autore di libri influenti in ambito economico e saggi in campo politologico, portando avanti lo studio dei meccanismi economici a quello della società. È stato Presidente, nella XIII Legislatura, della Commissione Bicamerale per la Riforma Fiscale e autore del “libro bianco” sull’imposizione sulle imprese che porta il suo nome.
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