I giovani in Italia tra narrazione mediatica e idea di futuro

La scandalosa situazione in cui versano i giovani necessita, per poter essere affrontata correttamente, di un intervento a tutti i livelli. Compresa un’azione sulla percezione del fenomeno nell’opinione pubblica. Sui media lo storytelling a riguardo ha almeno due tendenze esecrabili: la colpevolizzazione di quelle che sono le vittime e l’esterofilia incondizionata di chi pensa di risolvere un problema interno al Paese col fare le valigie.

Secondo la prima tendenza, i ragazzi sono talmente schizzinosi o choosy da rifiutare certi lavori (solitamente malpagati e non in linea con il loro percorso formativo, ma sono dettagli!) o sono troppo mammoni-bamboccioni e cioè così vili e vigliacchi da non avere il coraggio di lasciare il tetto familiare (che si resti coi genitori perché i soldi per vivere da soli non li si ha, non è quasi mai considerato). E così capita di leggere sul Corriere della Sera del 19 luglio di quest’anno che “non si trova più un cameriere o un cuoco italiano” e questa perla – peraltro del tutto falsa – Aldo Cazzullo la regala in risposta ad una lettrice che invitava ad addossare responsabilità alle famiglie, piuttosto che ai governi, in merito alla disoccupazione giovanile.

Valigia Blu il 27 ottobre ha pubblicato un post contro questo che ormai è diventato una specie di topos mediatico (tra gli illustri cultori del quale figura anche Massimo Gramellini, già dal 2011 e l’ultima volta lo scorso luglio; non solo: un articolo de Le Monde Diplomatique del 2015 dimostra la fortuna di questo cliché anche all’estero): “il lavoro c’è ma i giovani non vogliono lavorare”. Commentando il recentissimo e virale caso di una catena di panetterie milanese (per inciso: alla fine l’imprenditore aveva ricevuto 1200 curriculum, solo che lui non li aveva letti!), Valigia Blu ha individuato 3 elementi ricorrenti in questa narrazione disonesta e scorretta:

  • La magnificazione della fatica come valore a parte, come capacità del tutto svincolata dalla dignità (e quasi sempre sulle condizioni lavorativeregna sovrano il silenzio);
  • La narrazione parziale(è l’unica versione accolta) e idilliaca, quasi fiabesca, del datore di lavoro, straordinario ma sfortunato, perché trova solo giovani sfaticati;
  • La trasformazione di problemi sociali in problemi individuali abbelliti con una verniciata di “meritocrazia”. Come ha scritto un bravo blogger:“In una civiltà evoluta impoverimento, disoccupazione ed esclusione sociale sono piaghe, segnali di una cattiva politica che chiede rimedi. In meritocrazia sono all’inverso giuste conseguenze dello scarso impegno e della scarsa capacità dei singoli. È – appunto – ciò che si meritano.”

Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan parlando della legge di bilancio 2018 ha sottolineato che “le risorse sono pochissime dati i vincoli” e che “l’occupazione giovanile è una delle poche misure che il quadro di finanza pubblica ci permette di aggredire” (Agi). Ma in un contesto di risorse pubbliche estremamente limitate come l’attuale, a mio avviso l’esito scontato è quello della guerra tra poveri, del tutti contro tutti. Ora si dà il caso che i giovani siano concepiti come una categoria da contrapporre agli anziani (esemplare un anno fa un articolo del vicedirettore del Fatto Quotidiano Stefano Feltri, dal titolo “I vecchi stanno vincendo la lotta di classe”).

Ilvo Diamanti, il 4 settembre su Repubblica, invitava i giovani a lasciare l’Italia e non tornare più, perché il Paese sarebbe irrimediabilmente in mano agli anziani: anziani visti appunto come acerrimi rivali dei giovani, in quanto responsabili di sottrarre loro ricchezza e lavoro. La scarsità economica e lavorativa, tuttavia, sebbene reale è indotta: il che significa che potrebbe essere assolutamente sormontabile, qualora ci fosse la volontà politica di farlo. Questo Ilvo Diamanti, però, non lo dice. Come non dice chi dovrebbe poi cambiare le cose, se i giovani se ne vanno tutti (i dati riferiti al 2016 – Rapporto “Italiani nel mondo” 2017 della Fondazione Migrantes – parlano chiaro: gli emigrati sono 124 mila e il 39% ha età compresa tra 18 e 34 anni! Inoltre, come ha scritto giustamente Samuele Mazzolini di Senso Comune, non sono solo “cervelli”, ma anche e soprattutto “cuori in fuga”, persone con sentimenti e legami affettivi).

Può essere utile avere una visione a 360 gradi, comprensiva delle diverse sfaccettature di un contesto variegato e pieno di ombre. Il premier Gentiloni pochi giorni fa ha affermato che “il precariato senza futuro e senza diritti è una delle offese più terribili alla dignità del lavoro” (Adnkronos). Ebbene, oggi abbiamo 23 milioni di occupati come nel 2008, ma sono tutti posti di lavoro precari, e non solo per quanto concerne i contratti a termine. Non bisogna mai dimenticare, infatti, che con il Jobs Act è stato abolito l’articolo 18 per tutte le nuove assunzioni, dunque anche per quelle a tempo indeterminato.

Un esercito di riserva enorme, che inevitabilmente porta ad un drastico abbassamento dei salari, soprattutto nel mondo dei servizi, delle cooperative, nell’agricoltura, nelle esternalizzazioni. Abbiamo assistito all’esplosione della Gig Economy, dell’economia dei lavoretti. E la svalutazione del lavoro è ormai endemica e fuori controllo, tant’è che si intreccia pure con la svalutazione della formazione: rientrano in questo fine le storture dell’alternanza scuola-lavoro e tutta una serie di tirocini/stage.

In Italia la disoccupazione giovanile supera il 35% (Istat, settembre), una percentuale simile al dato generale sulla popolazione disoccupata complessiva di sottoccupati e scoraggiati (Financial Times, agosto). In entrambe le categorie il nostro Paese detiene un triste primato europeo: del resto, proprio l’Italia ha la percentuale più alta di giovani NEET (acronimo che sta per Not in Education, Employment or Training) in Europa, giovani cioè che non lavorano né studiano né fanno uno stage. Sono il 19,9% nella fascia 15-24 anni, contro una media dell’11,5% (indagine Commissione Europea, luglio).

Giovani alle prese con un “senso di inutilità” che serpeggia e che talvolta affiora tragicamente, come nel caso di Michele, il trentenne friulano che a febbraio si tolse la vita dopo aver lasciato una lettera d’addio, pubblicata dal Messaggero Veneto: la ricorderete, un j’accuse devastante contro chi ha dimenticato e tradito un’intera generazione. La precarietà, la disoccupazione e il disagio crescente hanno infine strascichi notevoli e profondi pure a livello demografico: basti pensare che nel 2016 in Italia ci sono state 474 mila nascite, il minimo storico (Istat).

Riassumendo brevissimamente: fermare la bruciante diaspora di cuori e di cervelli, trovare ai giovani un posto di lavoro e un posto nella società all’altezza dei loro bisogni e dei loro sogni – costruire, insomma, un’idea di futuro – è un’urgenza non più procrastinabile, un compito difficile ma assolutamente necessario a cui lavorare fin da subito. Insieme.

Vincenzo Perez

P.S.: Il 16 novembre alla Cgil di Bologna, a partire dalle 18.30, i Pettirossi discuteranno approfonditamente di lavoro, con ospiti il prof. Luigi Mariucci (ordinario di Diritto del lavoro all’Università Ca’ Foscari di Venezia), Igor Taruffi (Consigliere regionale dell’Emilia Romagna) e Maurizio Lunghi (Segretario Camera del lavoro di Bologna).

 

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